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8 agosto 2012

Marciare per gli altri o per se stessi?

Si è tenuta oggi alle 12, presso l’Hotel Four Points by Sheraton di Bolzano, la conferenza stampa dove Alex Schwazer ha spiegato i retroscena della vicenda di doping che lo vede protagonista. L’atleta, mentre spiega dettagliatamente come si è mosso per procurarsi l’eritropoietina, ha la voce rotta dal pianto, schiacciato dalla pressione e dall’assordante rumore dei flash.

Flash che in modo disumano divorano l’immagine dell’atleta che oramai non riesce più a trattenere la vergogna per ciò che ha fatto. L’inumanità dell’informazione a volte è peggio di un cancro.

Alex difende anche la sua fidanzata, Carolina Kostner, affermando che lei non ha nulla a che fare con la vicenda e che anzi lei ne era all’oscuro, convinta dal fidanzato che la misteriosa scatola nel frigo fosse vitamina B12.

L’artista della marcia ha scelto di fare questa conferenza stampa non per discolparsi, ma per difendere le persone intorno a sé. Ciò è dimostrato dallo stesso Schwazer quando afferma che se non avesse aperto la porta di casa, nulla sarebbe accaduto.

Ma la coscienza è stata più forte.

E forse dopo quello che è successo magari, e dico magari, tutti noi spettatori potremmo anche cominciare a pensare che l’atleta non sta giocando, l’atleta non si sta divertendo.

C’è la pressione, sente tutto il peso dell’aspettativa del suo paese, di anni di allenamento, di fatica, sudore e rinunce che in un solo attimo possono diventare vane. Gli sguardi del mondo sono su di te, sia che tu vinca sia che tu perda. Ed è quindi ingiusto sentire i commenti delle persone che, quando vedono l’atleta perdere, snocciolano insulti gratuiti e consigli inesistenti. È ingiusto non considerare lavoro quello che fa solo perché non lo svolge in una fabbrica o seduto ad una scrivania.

Ed è ingiusto crocifiggere un ragazzo con flash e domande senza cuore solo perché non ha più retto alle aspettative.

Nessuno lo difende, lui è il primo a darsi la colpa e a volere la pena massima per ciò che ha fatto. E questo gli fa onore. Sopratutto perché nelle sue parole, a 20.10 minuti di discorso che potete sentire qui, si sente l’odore della rinuncia vera e propria. Di una vita che non esiste, a discapito dello sport che ti ha portato tanta gloria ma che oramai pratichi senza amore, perché le persone intorno a te se lo aspettano.

Solo dopo un passo del genere, ti rendi conto di cosa veramente vuoi dalla tua vita. E magari Alex lo sapeva già cosa voleva, ma le voci delle persone che lo volevano vincitore non gli facevano sentire il rumore dei suoi desideri. E forse è per questo che ha assunto quelle sostanze, perché aveva bisogno di sbandare, per riprendere in mano la sua vita senza il peso dei desideri altrui.

Se è così allora è ancora giusto mortificare un giovane senza scopo?

Fonte dell’immagine: “http://www.sportitalia.com

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