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7 Dicembre 2012

“Lo sport senza droghe”: la campagna contro l’uso del doping

Nuovo metodo di lotta al doping dall'Università Tuscia
Doping e Sport

Doping e Sport

Lo sport ha una storia millenaria. Si narra sin dai tempi dei greci di atleti straordinari che mettevano tutto loro stessi per diventare i più grandi e infiammare gli animi di chi credeva che quel singolo evento fosse la cosa più bella del Mondo. E avevano ragione.

Lo sport è una delle cose più straordinarie che i nostri avi ci abbiano tramandato. Niente come lo sport sa educare, sa unire, sa comunicare. Di fronte un evento sportivo tutto quello che c’è al di fuori, rimane fuori.

Lo sport è uno dei pochi fenomeni capaci di cambiare la storia e dare speranza a chi non ne ha. Basti pensare a quei ragazzini che riescono a uscire dalle Favelas brasiliane grazie ad una palla di cuoio o come il Rugby abbia così profondamente influenzato le sorti politico-sociali del Sud Africa di Mandela.

La forza che si veicola attraverso lo sport è qualcosa di unico e straordinario, portatrice di messaggi  di speranza, di amicizia, di pulizia sociale e psico-fisica dell’individuo con risultati sorprendenti; ma questa forza può diventare un’arma a doppio taglio. La portata sociale dello sport è tale che qualunque messaggio si faccia passare attraverso questo ha una spaventosa probabilità di attecchire nel substrato sociale e, in tal modo, se si tentasse di veicolare messaggi negativi, la sua aura benefica rischierebbe di essere irrimediabilmente compromessa.

Una delle piaghe dello sport è il doping, contro il quale si scaglia la campagna “Lo sport senza droghe” promossa dal Comitato Italiano Paralimpico, che per il momento non ha rilasciato dichiarazioni.

Il doping risponde a delle precise dinamiche socio- economiche che hanno nel profitto, lo sfruttamento e l’antisportività le loro basi ideologiche. Ci si dopa per essere i migliori senza faticare, per rispondere alle pressioni provocate da chi non ama lo sport in se ma i profitti che esso può portargli, per rispondere a quella voce, purtroppo condivisa anche socialmente, che sotto certi standard si è mediocri e fondamentalmente sostituibili anche se, a ben vedere, non è affatto così.

La necessità di raggiungere e, ancor più difficilmente, di restare a certi livelli e l’obbligo a dover rispondere a un sistema fuori dal quale tutto diventa tremendamente più difficile, sono dinamiche ben lungi da quelli che sono i concetti di sana competizione e lotta per il traguardo. Sono proprio questi dogmi, neanche troppo velati, a comportare l’uso del doping in atleti che credono non vi sia altra via d’uscita ad una situazione spesso insopportabile.

Il doping rappresenta uno di quei tristi aspetti sociali che entrano in un mondo per definizione pulito, corretto e positivo e che rischiano di comprometterne lo spirito e la forza che ne hanno fatto uno degli ultimi baluardi ancora ricchi di regole e valori.

Detto questo, credo sia una cosa scontata ma voglio ripeterla comunque. Il doping non è una necessità ne un obbligo per essere dei grandi sportivi. Per quello servono pazienza, allenamento costante e soprattutto una fede incrollabile in chi si è e in quello che si fa. E cosa ancora più importante, il doping NON E’ LA RISPOSTA NE LA SOLUZIONE. Chi crede che esso possa servire a diventare migliori, è un illuso. Usando il doping non si fa altro che prendersi in giro, visto che la sua efficacia è limitata ma gli effetti collaterali sono notevoli e duraturi. Inoltre, si mette seriamente a rischio tutto quello per cui si è lottato e ci si è sacrificati, e tutto questo per cosa? Per la convinzione di poter diventare i migliori senza fatica e ricevere gli applausi di chi, beffardamente, continua a sfruttare e abusare dell’autodistruzione altrui?

Io credo che lo sport possa continuare ad essere un’isola felice, priva di tutte quelle contraddizioni che affliggono la società, a patto che lo si voglia davvero perché se non siamo noi a preservare i nostri tesori, essi saranno ben presto inghiottiti dalla nostra corruzione

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