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5 settembre 2012

Le intercettazioni e il Capo dello Stato

La pubblicazione da parte del settimana Panorama del testo delle conversazioni telefoniche tra il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e l’ex Presidente del Senato, Nicola Mancino ha riacceso la furente polemiche sulle intercettazioni.

Tra chi da tempo auspica una rivisitazione della materia e chi invece ne è preoccupato stante il timore che dietro gli la volontà riformatrice si celino intenti di porre un freno alle indagini su taluni reati che coinvolgono la classe politiche , appare opportuno esaminare la disciplina attuale sulle intercettazioni, soprattutto con riguardo alla figura del Capo dello Stato.

Preliminarmente va osservato le intercettazioni di conversazioni tra presenti sono espressamente disciplinate, accanto a quella di conversazioni telefoniche, dal secondo comma  dell’art. 266 cod. proc. pen., secondo cui le intercettazioni di tal genere da eseguirsi in una abitazione o in altro luogo di privata dimora  o nelle appartenenze di essi (luoghi espressamente elencati nell’art. 614 c.p., richiamato dall’art. 266 comma 2 c.p.p.), sono consentite solo se vi sia il fondato sospetto che ivi si stia svolgendo l’attività criminosa.

 Per intercettazione  deve intendersi la  captazione   occulta  e  contestuale  di  una comunicazione  o  conversazione  tra due o più soggetti che agiscano con  l’intenzione  di  escludere altri e con modalità oggettivamente idonee  allo scopo. Ulteriore connotato è che essa sia  attuata da soggetto estraneo alla stessa mediante strumenti  tecnici  di  percezione  tali  da  vanificare  le  cautele ordinariamente  poste  a  protezione  del suo carattere riservato

 Particolarmente interessante è la disciplina relative alle c.d.  “guarentigie;  la Legge Costituzionale n. 3/1993, apportando modifiche all’art. 68 comma 2 Cost., ha abolito l’autorizzazione a procedere nei confronti dei parlamentari conservandola solo in ordine all’arresto, alla perquisizione personale o domiciliare, alle intercettazioni telefoniche, alla detenzione o a qualsiasi  altra privazione della libertà personale.

L’art.  6,  comma  2,  della  L. n. 140/2003, disciplina i  limiti  e le  modalità di utilizzazione processuale delle  intercettazioni  di  conversazioni  o comunicazione alle quali abbiano   preso   parte  membri  del  Parlamento, intendendosi con tale espressione anche  alle  intercettazioni del soggetto che sia    mero    nuncius  del  parlamentare,  e  stia  esclusivamente trasmettendo,  un  messaggio  ad un terzo.

Sulla norma in questione sono state ipotizzati dei dubbi di legittimità posto che l’art. 68 comma 3 Cost. prevedere una garanzia da considerare in senso “letterale”: riferita cioè unicamente alle intercettazioni dirette, disposte cioè su utenze intestate al parlamentare, o comunque su utenze nella sua disponibilità. Relativamente alle intercettazioni indirette la Costituzione esclude una tutela specifica del parlamentare: una pronuncia successiva dell’organo politico infatti non solo non ha senso in rapporto al bene tutelato,  vale a dire, libertà e l’indipendenza della funzione parlamentare,  ma presenta inconvenienti insuperabili in prospettiva sistematica.

In relazione ai colloqui cui abbia partecipato il parlamentare, che siano stati intercettati occasionalmente, egli va dunque equiparato al cittadino, esattamente come gli accade sotto il profilo della semplice sottoponibilità a processo penale. Si tratterà di tutelare adeguatamente il suo diritto alla riservatezza, ossia il suo diritto a non vedere divulgate notizie attinenti alla sua sfera personale.

Tuttavia l’art. 7 comma 3  della L. n.  n. 219/1989 vieta espressamente le intercettazioni di comunicazioni o conversazioni nei confronti del Presidente della Repubblica; la ratio della norma è chiara : approntare alla più alta carica dello Stato una tutela che la ponga al riparo da condizionamenti  esterni che ne possano pregiudicare la pubblica funzione soprattutto rispetto al ruolo di arbitro imparziale  della scena politica e di difensore della Costituzione.

Lo stesso Giorgio Napolitano ha motivato la sua scelta di adire la Corte Costituzionale attraverso il conflitto di attribuzione contro la Procura di Palermo con l’intenzione di tutelare i valori costituzionali.

Scelta legittima, naturalmente, ma una vera, e non retorica tutela di tali valori, non troverebbe una maggiore attuazione con un chiarimento definitivo di questa faccenda che lo ha coinvolto, seppur esclusivamente  sotto il profilo morale (le intercettazioni non contengono alcun elemento penalmente rilevante), in un’indagine spinosa e grave come quella sulla trattativa Stato-Mafia?

Fonte della foto: zeusnews.it

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