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28 settembre 2012

Lo spettacolo del business

Chi sarà il nuovo talento italiano del business?

Flavio Briatore

Flavio Briatore

Chiunque, non troppo indaffarato nella propria vita, si stesse arrovellando su questa domanda può finalmente tranquillizzarsi; c’è un programma televisivo ad hoc per liberarli dal tormento. Se invece non ve lo steste chiedendo, male; significa che non guardate abbastanza tv: quella scatola (anche se l’epiteto è un po’ anacronistico) che non solo fornisce tutte le risposte ma ci suggerisce anche le domande. Perché il gioco della comunicazione televisiva è, si sa, basato sulla meravigliosa apatia di chi guarda: perché prendersi il fastidio di farsi domande quando un acquario parlante può farsele per noi?

La struttura del programma non è differente da qualunque altro talent show: al termine di prove estenuanti, che vedono gli aspiranti top manager dividersi in due squadre e spingere le proprie capacità imprenditoriali al limite dell’umanamente possibile, la fatidica eliminazione (un duro colloquio con il boss, durante il quale uno dei concorrenti viene eliminato con la frase “Sei fuori!”). The Apprentice, titolo americaneggiante come da tradizione, è un format già più che conosciuto all’estero (in 30 paesi) e, proprio perché non vogliamo farci mancare mai nulla, dal 18 settembre è partita sul Canale Sky Cielo l’edizione italiana. Se in USA gli “apprendisti” si sfidano per poter collaborare con Donald Trup, in premio nostrano è rapprentato da un lavoro sotto le dipendenze di Flavio Briatore (il “Boss”) con uno stipendio a sei zeri.

La confezione è curata, questo lo si deve riconoscere. Il montaggio esiste e siamo tutti grati all’esistenza delle ellissi, delle giustapposizioni e delle contrapposizioni, dei piani d’ascolto e di tutti quegli orpelli (le scene aeree su Milano, ecc.) che rendono il prodotto “guardabile”. Dal punto di vista della regia almeno due problemi però: manca tensione e manca ritmo; una voice over troppo presente e troppo lenta tenta di colmare (a volte invano) la staticità e l’inconsistenza del racconto. Così il pubblico, seppur ormai afflitto da una sorta di bulimia da talent show, ha risposto in maniera quantomeno tiepida, o comunque inferiore alle aspettative vista l’estate di tormento mediatico e lo spasmodico tentativo di creare attesa verso lo show.

Anche il cast degli “novellini” non aiuta; personaggi al limite dell’imbarazzante partoriscono dialoghi degni di un adolescente e idee creative molto peggiori. Sarà una scelta per non allontanare troppo il pubblico dal programma? Una scelta empatica, voglio dire? Se è così, gli sceneggiatori non hanno capito molto del potenziale spettatore: quest’ultimo non vuole empatizzare, vuole il sangue che scorre sull’arena, vuole la cattiveria, vuole che quel dito puntato contro lo sfortunato concorrente sia implacabile, incurante di errori e debolezza. E invece no. A The Apprentice, come afferma lo stesso Briatore, “vincerà l’etica”.

L’immagine veicolata dal programma è allora quella del vuoto stereotipo dell’uomo d’affari stemperato sotto un velo di quella si pretenderebbe essere un’etica. Al di là dei dubbi che possono legittimamente sorgere su simili format, la questione è proprio che la vena di buonismo (meglio asciar da parte termini seri come “etica”) con cui si è voluto strutturale lo show è in totale contrasto con il modello ideale cui si rifà. Concorrenti agguerriti ma educati, arrivisti ma leali, cravatte e tailleur “casual”, un Boss glaciale ma generoso di opportunità… è una favola che disorienta. Se poi si considera che questo ruolo pseudo-paternalistico è giocato da Flavio Briatore, famoso per le sue storie con starlettine di vario genere, feste milionarie e i suoi dubbi business, tutto diviene ancor più affettato.

Al di là della credibilità di Briatore, però, (che poi tutto sommato nella finzione televisiva funziona grazie alla regia) e del ridursi dello show ad una versione poco ispirata del “sogno americano”, più che una questione di “etica” sembra una scelta che manca di coraggio; una scelta che manca cioè nel portare fino in fondo quello stereotipo che, comunque, sposa. Un paternalismo finto che unito ad un insieme di tecnicismi affettati e “ambientazioni manageriali” non spiega il “segreto del successo” ma lascia lo spettatore con dei seri dubbi circa quali debbano essere le qualità di un manager. Ma forse, e a ben pensarci, neanche poi così tanti.

Selene Parigi

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