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21 ottobre 2012

Sofferenze: il risvolto della medaglia

Aumenta nel primo semestre del 2012 la percentuale dei debiti non pagati dalle imprese alle banche. I crediti in sofferenza, secondo la Cgia di Mestre raggiungono gli 88 miliardi di euro, cifra mai così alta dall’istituzione della moneta unica. Si rileva inoltre un aumento delle cambiali protestate del 5,1%, mentre diminuiscono i protesti di assegni e tratte.

Cosa vuol dire per una banca l’aumento dei crediti in sofferenza?

Un credito in sofferenza è un credito la cui esigibilità non è certa né per quanto riguarda i tempi, né per quanto riguarda la quantità. Nel momento in cui un’impresa non riesce a restituire il capitale preso in prestito la banca può decidere di concedere una moratoria, e quindi ristrutturare il debito, rinegoziando tassi e percentuale di recupero. La banca può decidere di procedere legalmente puntando ad una riscossione forzosa del debito, o decidere di cederlo a società specializzate nella riscossione, svalutandolo.

In ogni caso bisognerà tenere conto delle svalutazioni in sede di redazione del bilancio, stralciando completamente i crediti il cui rientro si valuta impossibile.

Questi rischi sono previsti dagli intermediari e generalmente non portano a particolari problemi. In periodi come quelli attuali, in cui le imprese in difficoltà sono molte più del solito, l’aumento delle sofferenze rischia di creare tensioni finanziare, soprattutto per la banche sottocapitalizzate. Tensioni che si traducono in costi per la necessità di finanziare gli impieghi previsti in mancanza delle fonti non recuperate.

Cosa vuol dire per un’impresa vedere un proprio debito iscritto fra le sofferenze di un bilancio bancario?

Per un’impresa non riuscire a restituire il capitale preso in prestito vuol dire innanzitutto esporsi alle conseguenze legali previste. Inoltre, l’intermediario creditore è obbligato a segnalarla alla centrale dei rischi, in modo che anche gli altri intermediari possano venirne a conoscenza. Questo meccanismo da una parte garantisce una maggiore stabilità del sistema finanziario, dall’altra finisce per affossare le imprese in difficoltà che, da quel momento, difficilmente riusciranno ad ottenere nuovi prestiti.

Un meccanismo del genere dovrebbe servire a garantire le imprese migliori, evitando di offrire prestiti a quelle incapaci di creare ricchezza.

In un periodo di crisi accade che anche imprese il cui processo economico è sostenibile, non riescano a far fronte alle proprie esigenze finanziarie. Questo può accadere per l’incapacità di riscuotere  una parte dei propri crediti, per il mancato pagamento delle p.a. o per una richiesta improvvisa di rientro da parte dell’intermediario di riferimento.

Il rischio concreto, in questi casi, è di far chiudere imprese produttive con risvolti sociali pesantissimi sia per quanto riguarda la complessiva creazione di ricchezza che per quanto riguarda l’aumento della disoccupazione.

 

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