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25 novembre 2012

No Justice without Life: alla Sapienza si dice “NO” alla pena di morte

La pena di morte è uno dei temi “più scottanti del 20esimo secolo”. L’evoluzione che l’abolizione della pena capitale ha avuto nel tempo è stata straordinaria. Tantissimi sono gli Stati che sono passati da utilizzatori ad abolitori, innalzando, così, il livello di civiltà della società umana. Allo stesso modo, la mozione “a sfavore” ha raggiunto picchi che non hanno confini di sorta, ne geografici ne sociali ne di altro tipo.

Nonostante tutto, il dibattito tra abolizionisti e sostenitori è ancora vivo e le correnti di pensiero nette e lontane. A questo proposito, Mercoledì 28 Novembre, in via Principe Amedeo 184, Roma (ex caserma Sani), alle ore 15, si terrà l’incontro “No Justice without Life. No alla Pena di Morte”, un dibattito circa il delicato tema della pena capitale organizzato in concomitanza dalla Facoltà di Scienze politiche, sociologia e comunicazione e dalla comunità di S. Egidio. Per l’occasione abbiamo intervistato il prof. Antonio Salvati, della comunità di S. Egidio:

Cosa ha portato la vostra comunità a battersi contro la pena di morte?

Nel panorama internazionale, la Comunità di Sant’Egidio si caratterizza, come sempre, “locale” e globale per il carattere “no profit” dei membri e per l’intenso lavoro sulla pace che negli anni ha portato alla fine di conflitti e guerre civili, e avviato percorsi di riconciliazione nazionale, in qualità di mediatori ufficiali.

Dalla seconda metà degli Anni Novanta la battaglia contro la pena capitale è diventata uno dei terreni di impegno globale e una priorità della comunità di Sant’Egidio. Il punto di partenza è stato la vicinanza concreta ai condannati a morte attraverso visite, corrispondenza, difesa legale, l’umanizzazione della condizione di vita carceraria, ed è diventata un protagonista globale della battaglia per l’abolizione della pena capitale nel mondo. Negli anni ha promosso la difesa di oltre 300 condannati a morte in diverse aree del mondo; ha contribuito alla nascita, nel 2002, presso la sede principale della Comunità, a Sant’Egidio (Roma), della Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte; ha promosso il Movimento mondiale delle Città per la Vita contro la Pena di Morte, diventate oltre 1500 nel Mondo in soli 10 anni; ha dato vita all’Appello per una Moratoria Universale che ha coinvolto leader religiosi di tutte le principali tradizioni religiose mondiali, credenti e non credenti, in un manifesto morale che ha raccolto oltre cinque milioni di firme in 153 paesi nel Mondo ed è stato consegnato alle Nazioni Unite alla vigilia del voto della storica Risoluzione dell’Assemblea Generale sul rifiuto della pena di morte come mezzo di giustizia (2007); ha lanciato la giornata Internazionale delle Città contro la Pena di Morte il 30 novembre di ogni anno, nell’anniversario della prima abolizione da parte di uno Stato della pena capitale, il Granducato di Toscana il 30 novembre 1786; ha avviato percorsi di sostegno e di negoziato con paesi mantenitori fino all’abolizione della pena capitale, dal Burundi al Gabon, dall’Uzbekistan al Kazakhstan e promuove annualmente una Conferenza internazionale dei Ministri della Giustizia, che è un laboratorio di dialogo e un workshop internazionale in chiave abolizionista, che coinvolge anno dopo anno paesi ritenzionisti e abolizionisti in un lavoro comune. Dalla nascita, la Comunità di Sant’Egidio è membro eletto del Comitato esecutivo della Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte.

Perché, secondo voi, alcuni Stati utilizzano la pena di morte come metodo punitivo? Non sarebbe sufficiente il carcere?

La pena capitale ha una lunga storia, verosimilmente lunga quanto quella dell’umanità. Popolare in quasi tutte le culture, nel mondo occidentale è stata accompagnata per secoli dal consenso dei maggiori pensatori: Platone e Aristotele, ma anche Kant e Benedetto Croce, e pensatori cristiani, sia cattolici che della Riforma: Sant’Agostino, San Tommaso, Roberto Bellarmino, Lutero, Calvino. Non hanno fatto eccezione utopisti come Campanella e Tommaso Moro, giusnaturalisti come Hobbes, Rousseau, illuministi come Montesquieu, o idealisti come Hegel, fino ai grandi penalisti moralisti come Pellegrino Rossi o Francesco Carnelutti. Le motivazioni a favore sono state le più varie: dall’idea della pena di morte come terapia sociale, per recidere “l’arto malato” costituito dal grande criminale, all’idea che il criminale a causa del suo stesso crimine si è già posto al di fuori della società e della compagine umana. In tal modo la pena di morte sarebbe solo la ratifica dell’uscita già avvenuta dall’ essere “umani”. In epoca contemporanea gli argomenti della “giustizia retributiva” o del pensiero utilitaristico hanno prevalso su altri nella giustificazione della pena capitale, puntando sull’argomento della “deterrenza”: la paura della morte sarebbe di per sé un elemento di dissuasione dei potenziali criminali. E’ sempre su una base utilitaristica che si è fatto strada lentamente, in epoca moderna, un pensiero alternativo alla pena capitale. Cesare Beccaria, cui si deve l’inizio del processo abolizionistico nel mondo occidentale, afferma nel suo Dei Delitti e delle Pene che la certezza e non la gravità della pena è un deterrente più efficace, e osserva che nessun cittadino, per il patto sociale, può cedere allo Stato il diritto di disporre della propria vita personale, concludendo che: “La pena di morte non è un diritto, ma è la guerra di una nazione intera contro un solo individuo, e giudica necessaria la distruzione di un individuo. Questo non rende migliore la società”. Oggi, in una grande democrazia come gli USA, l’argomento della deterrenza è a volte discusso e cresce una critica utilitarista fondata sull’eccesso dei costi del sistema giudiziario fondato sulla pena capitale.

La critica più frequente rivolta ad essa è che spesso i condannati risultano essere innocenti ma solo dopo l’esecuzione. Se la giustizia funzionasse meglio e ovvierebbe a questo, sareste comunque contrari alla pena di morte?

Sintesi di molte violazioni dei diritti umani, la pena di morte rappresenta sempre una forma di tortura mentale dei condannati, contraddice una visione riabilitativa della giustizia, abbassa l’intera società civile al livello di chi uccide, legittima una cultura di morte al livello più alto, da parte dello Stato, mentre dice di volere difendere la vita umana e colpisce in maniera sproporzionata minoranze politiche, etniche, religiose e sociali, umiliando l’intera società. Anche di fronte ad un sistema giudiziario più equo ed più efficiente saremmo comunque contro la pena capitale. Senza celare la motivazione evangelica che sta alla base dell’impegno dei membri di Sant’Egidio, appare evidente il senso di questo lavoro dal punto di vista sociale, il suo impatto culturale e, talvolta, anche politico. Vivere lo spirito di Sant’Egidio significa anche ridare protagonismo alle giovani generazioni, affinché scelgano liberamente di impegnarsi nella propria società e lottino contro la rassegnazione e al pessimismo, malattia del nostro tempo.

Metodi come la pena di morte sono spesso il sintomo che la giustizia non sia efficace e capace di arginare la criminalità. Per rimediare a questo, alcuni usano metodi esemplari e altamente repressivi come la pena capitale. C’è soluzione a questa delicata e scomoda condizione?

Sono convinto che la pena di morte sia una pena definitiva, incapace di combattere la violenza, che non riconosce all’individuo la possibilità di redimersi e di cambiare. Non vogliamo che il nostro Mondo diventi meno umano, dando il primato allo spirito di vendetta o eliminando gli elementi di clemenza e riabilitazione che ogni sistema di giustizia possiede. Oggi, nel Mondo, più della metà degli Stati non utilizza più la pena di morte, tra cui molti Paesi africani. Siamo certi che esistono metodi alternativi di grande efficacia per proteggere la società, anche da quanti abbiano commesso crimini orribili. La pena capitale come deterrente non ha mai dimostrato la sua utilità.

Un altro problema della giustizia sono le carceri, giudicate inefficaci e, sempre più spesso, sostituite dagli arresti domiciliari perché sature. Come si è giunti a questo? E quale può essere una soluzione?

Frequento le carceri romane, in veste di volontario insieme agli amici della Comunità di Sant’Egidio, dagli inizi degli anni novanta. In quegli anni era ancora forte la consapevolezza tra tutti coloro che operavano, a diverso titolo, all’interno delle carceri di poter incidere profondamente sulla vita dei detenuti, anche considerando gli strumenti legislativi a disposizione. Oggi in Italia pochi sembrano credere ancora alla rieducazione o, come si suol dire in ambito penitenziario, al trattamento dei detenuti per favorire il loro reinserimento nella società. Sul tema delle carceri oggi non si indugia più di tanto. È un argomento affrontato unicamente nel dibattito politico con riferimento a problemi legati al sovraffollamento o all’edilizia penitenziaria. “Il pubblico non sa abbastanza, bisogna vederle certe carceri italiane, bisogna esserci stati per rendersene conto. Vedere, questo è il punto essenziale!” diceva nel lontano 1948 il giurista e deputato Piero Calamandrei, esortando il parlamento a compiere una seria indagine sull’universo carcerario.

Oggi ci si concentra solo su alcuni ambiti del variegato mondo della giustizia, spesso trattati in maniera emergenziale. Con il serio rischio, giustamente sollevato da De Rita, di alimentare “più paure che speranze”. Negli ultimi anni il tema della sicurezza ha assunto un’importanza crescente nel dibattito pubblico, anche per la risonanza che hanno avuto alcuni eventi di cronaca nera. Sebbene le nostre siano tra le società più sicure, molti si sentono più minacciati, insicuri e spaventati. In un mondo nel quale il rischio prende i contorni dell’imprevedibile e dell’indefinito, ai cittadini non importa sapere che le cause del pericolo sono complesse e non riducibili a una; desiderano soltanto che i rimedi siano semplici, immediati e soprattutto vicini nel tempo e nello spazio; esperimentabili nella quotidianità.

Tanti hanno sottolineato la necessità di mettere al centro dell’esperienza detentiva la persona, che prova le stesse emozioni di colui che gode della propria libertà. In molti hanno ribadito l’esigenza che il carcere vada umanizzato, che il carcere diventi un motore – come ha più volte ripetuto Don Luigi Ciotti – che deve girare con il carburante del reinserimento e della riabilitazione sociale.

Nella mia esperienza di volontario ho appreso che l’umanizzazione del carcere è fondamentale. E’ la disponibilità verso la persona che crea sprazzi di responsabilizzazione perché si sente riconosciuta e compresa. Per la valorizzazione della persona detenuta, è necessario offrire delle occasioni e condizioni interiori amichevoli e coinvolgenti, capaci di smuoverla nel suo intimo e nella sua sensibilità. Per realizzare tutto ciò occorre saper ascoltare. Oggi, in pochi sanno ascoltare e ancora meno sono coloro che sanno ascoltare la voce del male. Per un uomo perso nella solitudine di una minuscola cella, e mai ascoltato nell’intimo della sua anima, il linguaggio dell’ascolto ha il valore del cibo e presenta un timbro e dei contenuti formidabili. Potremmo dire che in carcere la comunicazione ha lo stesso valore dell’amore, perché in carcere spesso si incontrano uomini che nel corso della loro vita poche volte hanno autenticamente “comunicato”, utilizzando solamente il linguaggio del male. L’ascolto di un detenuto, quest’attenzione alla sua persona, assume significati profondi perché ascoltare il male con il progetto di modificarlo non è solo una sfida all’impossibile, ma l’amore che si trasforma in pazienza e speranza.

Detto ciò, sono estremamente favorevole al rafforzamento dell’utilizzo delle misure alternative. La tendenza maggiore a delinquere è stata riscontrata in chi ha attraversato un’esperienza carceraria con le norme attuali. Quindi, è possibile sostenere che un ampliamento dell’utilizzo di forme di esecuzione penale alternative al carcere produrrebbe benefici,

sia in relazione alla limitazione dei comportamenti recidivanti dei soggetti provenienti da un percorso penale sia, più in generale, in relazione alla produzione di sicurezza reale, oltre che a garantire un più elevato grado di civiltà al sistema detentivo, attualmente così gravemente compromesso dalla piaga del sovraffollamento. Infine, sarebbero auspicabili semplici provvedimenti realizzabili in tempi assai brevi e dai costi assai modesti per ridurre il sovraffollamento carcerario: la possibilità di allargare l’impiego della detenzione domiciliare, mandando a dormire a casa i detenuti semiliberi (sottoponendoli ai controlli dell’affidamento, e anche di più) e quelli con residui pena sotto i due anni; la sperimentazione di misure come la “messa alla prova”, similmente a quanto accade per la giustizia minorile, per pene sotto i quattro anni, magari con una serie di prescrizioni che rendano questa messa alla prova davvero un esempio di riparazione del danno.

Credete che un giorno il Mondo potrà dire di essere totalmente privo di Stati che usano la pena di morte?

I dati del 2011 e quelli dei primi mesi del 2012 dimostrano che il trend globale verso l’abolizione della pena di morte continua. Progressi sono stati registrati in tutte le regioni del Mondo. Nel 2011, Amnesty International ha registrato esecuzioni in 20 paesi, erano 23 nel 2010. Il dato dimostra, inoltre, una netta diminuzione rispetto a dieci anni fa, quando furono 31 i paesi dove furono eseguite condanne a morte. Negli ultimi 20 anni, numerosissimi Paesi hanno abolito la pena capitale per tutti i reati. Per rispondere affermativamente alla domanda occorre riflettere su come sia possibile procedere verso l’abolizione della pena capitale. Mi sembra che si possa fare un paragone con l’abolizione della schiavitù: per centinaia d’anni lo schiavismo, terribile fenomeno cui l’Africa ha pagato un duro prezzo, era considerato essenziale allo sviluppo dell’economia mondiale. Non sembrava che si potesse fare a meno degli schiavi per creare ricchezza. Poi si è visto, dopo l’abolizione, come tutto ciò fosse profondamente falso. Oggi ci troviamo davanti allo stesso quesito: alcuni affermano che non sia possibile abolire la pena capitale per diverse ragioni, legate all’amministrazione della giustizia, al concetto della retribuzione o alla qualità del crimine. Tuttavia assieme possiamo riflettere per trovare un’altra via, in cui giustizia non sia sinonimo di vendetta e in cui sia possibile rispettare, in ogni caso, il diritto alla vita della persona. Pensiamo che un Mondo libero dalla pena capitale sia possibile e anche vicino, senza che ciò significhi mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini.

Il grido che dice “NO” è forte e riecheggia da un emisfero all’altro senza sosta. Ovviamente, c’è ancora molto da fare ma non di meno bisogna essere ottimisti e promotori di questo messaggio di speranza.

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