No Justice without Life: alla Sapienza si dice “NO” alla pena di morte

Redazione Controcampus 25 Novembre 2012

La pena di morte è uno dei temi “più scottanti del 20esimo secolo”.

L’evoluzione che l’abolizione della pena capitale ha avuto nel tempo è stata straordinaria. Tantissimi sono gli Stati che sono passati da utilizzatori ad abolitori, innalzando, così, il livello di civiltà della società umana. Allo stesso modo, la mozione “a sfavore” ha raggiunto picchi che non hanno confini di sorta, ne geografici ne sociali ne di altro tipo.

Nonostante tutto, il dibattito tra abolizionisti e sostenitori è ancora vivo e le correnti di pensiero nette e lontane. A questo proposito, Mercoledì 28 Novembre, in via Principe Amedeo 184, Roma (ex caserma Sani), alle ore 15, si terrà l’incontro “No Justice without Life. No alla Pena di Morte”, un dibattito circa il delicato tema della pena capitale organizzato in concomitanza dalla Facoltà di Scienze politiche, sociologia e comunicazione e dalla comunità di S. Egidio. Per l’occasione abbiamo intervistato il prof. Antonio Salvati, della comunità di S. Egidio:

Cosa ha portato la vostra comunità a battersi contro la pena di morte?

Nel panorama internazionale, la Comunità di Sant’Egidio si caratterizza, come sempre, “locale” e globale per il carattere “no profit” dei membri e per l’intenso lavoro sulla pace che negli anni ha portato alla fine di conflitti e guerre civili, e avviato percorsi di riconciliazione nazionale, in qualità di mediatori ufficiali.

Dalla seconda metà degli Anni Novanta la battaglia contro la pena capitale è diventata uno dei terreni di impegno globale e una priorità della comunità di Sant’Egidio. Il punto di partenza è stato la vicinanza concreta ai condannati a morte attraverso visite, corrispondenza, difesa legale, l’umanizzazione della condizione di vita carceraria, ed è diventata un protagonista globale della battaglia per l’abolizione della pena capitale nel mondo. Negli anni ha promosso la difesa di oltre 300 condannati a morte in diverse aree del mondo; ha contribuito alla nascita, nel 2002, presso la sede principale della Comunità, a Sant’Egidio (Roma), della Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte; ha promosso il Movimento mondiale delle Città per la Vita contro la Pena di Morte, diventate oltre 1500 nel Mondo in soli 10 anni; ha dato vita all’Appello per una Moratoria Universale che ha coinvolto leader religiosi di tutte le principali tradizioni religiose mondiali, credenti e non credenti, in un manifesto morale che ha raccolto oltre cinque milioni di firme in 153 paesi nel Mondo ed è stato consegnato alle Nazioni Unite alla vigilia del voto della storica Risoluzione dell’Assemblea Generale sul rifiuto della pena di morte come mezzo di giustizia (2007); ha lanciato la giornata Internazionale delle Città contro la Pena di Morte il 30 novembre di ogni anno, nell’anniversario della prima abolizione da parte di uno Stato della pena capitale, il Granducato di Toscana il 30 novembre 1786; ha avviato percorsi di sostegno e di negoziato con paesi mantenitori fino all’abolizione della pena capitale, dal Burundi al Gabon, dall’Uzbekistan al Kazakhstan e promuove annualmente una Conferenza internazionale dei Ministri della Giustizia, che è un laboratorio di dialogo e un workshop internazionale in chiave abolizionista, che coinvolge anno dopo anno paesi ritenzionisti e abolizionisti in un lavoro comune. Dalla nascita, la Comunità di Sant’Egidio è membro eletto del Comitato esecutivo della Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte.

Perché, secondo voi, alcuni Stati utilizzano la pena di morte come metodo punitivo? Non sarebbe sufficiente il carcere?

La pena capitale ha una lunga storia, verosimilmente lunga quanto quella dell’umanità. Popolare in quasi tutte le culture, nel mondo occidentale è stata accompagnata per secoli dal consenso dei maggiori pensatori: Platone e Aristotele, ma anche Kant e Benedetto Croce, e pensatori cristiani, sia cattolici che della Riforma: Sant’Agostino, San Tommaso, Roberto Bellarmino, Lutero, Calvino. Non hanno fatto eccezione utopisti come Campanella e Tommaso Moro, giusnaturalisti come Hobbes, Rousseau, illuministi come Montesquieu, o idealisti come Hegel, fino ai grandi penalisti moralisti come Pellegrino Rossi o Francesco Carnelutti. Le motivazioni a favore sono state le più varie: dall’idea della pena di morte come terapia sociale, per recidere “l’arto malato” costituito dal grande criminale, all’idea che il criminale a causa del suo stesso crimine si è già posto al di fuori della società e della compagine umana. In tal modo la pena di morte sarebbe solo la ratifica dell’uscita già avvenuta dall’ essere “umani”. In epoca contemporanea gli argomenti della “giustizia retributiva” o del pensiero utilitaristico hanno prevalso su altri nella giustificazione della pena capitale, puntando sull’argomento della “deterrenza”: la paura della morte sarebbe di per sé un elemento di dissuasione dei potenziali criminali. E’ sempre su una base utilitaristica che si è fatto strada lentamente, in epoca moderna, un pensiero alternativo alla pena capitale. Cesare Beccaria, cui si deve l’inizio del processo abolizionistico nel mondo occidentale, afferma nel suo Dei Delitti e delle Pene che la certezza e non la gravità della pena è un deterrente più efficace, e osserva che nessun cittadino, per il patto sociale, può cedere allo Stato il diritto di disporre della propria vita personale, concludendo che: “La pena di morte non è un diritto, ma è la guerra di una nazione intera contro un solo individuo, e giudica necessaria la distruzione di un individuo. Questo non rende migliore la società”. Oggi, in una grande democrazia come gli USA, l’argomento della deterrenza è a volte discusso e cresce una critica utilitarista fondata sull’eccesso dei costi del sistema giudiziario fondato sulla pena capitale.

La critica più frequente rivolta ad essa è che spesso i condannati risultano essere innocenti ma solo dopo l’esecuzione. Se la giustizia funzionasse meglio e ovvierebbe a questo, sareste comunque contrari alla pena di morte?

Sintesi di molte violazioni dei diritti umani, la pena di morte rappresenta sempre una forma di tortura mentale dei condannati, contraddice una visione riabilitativa della giustizia, abbassa l’intera società civile al livello di chi uccide, legittima una cultura di morte al livello più alto, da parte dello Stato, mentre dice di volere difendere la vita umana e colpisce in maniera sproporzionata minoranze politiche, etniche, religiose e sociali, umiliando l’intera società. Anche di fronte ad un sistema giudiziario più equo ed più efficiente saremmo comunque contro la pena capitale. Senza celare la motivazione evangelica che sta alla base dell’impegno dei membri di Sant’Egidio, appare evidente il senso di questo lavoro dal punto di vista sociale, il suo impatto culturale e, talvolta, anche politico. Vivere lo spirito di Sant’Egidio significa anche ridare protagonismo alle giovani generazioni, affinché scelgano liberamente di impegnarsi nella propria società e lottino contro la rassegnazione e al pessimismo, malattia del nostro tempo.

Metodi come la pena di morte sono spesso il sintomo che la giustizia non sia efficace e capace di arginare la criminalità. Per rimediare a questo, alcuni usano metodi esemplari e altamente repressivi come la pena capitale. C’è soluzione a questa delicata e scomoda condizione?

Sono convinto che la pena di morte sia una pena definitiva, incapace di combattere la violenza, che non riconosce all’individuo la possibilità di redimersi e di cambiare. Non vogliamo che il nostro Mondo diventi meno umano, dando il primato allo spirito di vendetta o eliminando gli elementi di clemenza e riabilitazione che ogni sistema di giustizia possiede. Oggi, nel Mondo, più della metà degli Stati non utilizza più la pena di morte, tra cui molti Paesi africani. Siamo certi che esistono metodi alternativi di grande efficacia per proteggere la società, anche da quanti abbiano commesso crimini orribili. La pena capitale come deterrente non ha mai dimostrato la sua utilità.

Un altro problema della giustizia sono le carceri, giudicate inefficaci e, sempre più spesso, sostituite dagli arresti domiciliari perché sature. Come si è giunti a questo? E quale può essere una soluzione?

Frequento le carceri romane, in veste di volontario insieme agli amici della Comunità di Sant’Egidio, dagli inizi degli anni novanta. In quegli anni era ancora forte la consapevolezza tra tutti coloro che operavano, a diverso titolo, all’interno delle carceri di poter incidere profondamente sulla vita dei detenuti, anche considerando gli strumenti legislativi a disposizione. Oggi in Italia pochi sembrano credere ancora alla rieducazione o, come si suol dire in ambito penitenziario, al trattamento dei detenuti per favorire il loro reinserimento nella società. Sul tema delle carceri oggi non si indugia più di tanto. È un argomento affrontato unicamente nel dibattito politico con riferimento a problemi legati al sovraffollamento o all’edilizia penitenziaria. “Il pubblico non sa abbastanza, bisogna vederle certe carceri italiane, bisogna esserci stati per rendersene conto. Vedere, questo è il punto essenziale!” diceva nel lontano 1948 il giurista e deputato Piero Calamandrei, esortando il parlamento a compiere una seria indagine sull’universo carcerario.

Oggi ci si concentra solo su alcuni ambiti del variegato mondo della giustizia, spesso trattati in maniera emergenziale. Con il serio rischio, giustamente sollevato da De Rita, di alimentare “più paure che speranze”. Negli ultimi anni il tema della sicurezza ha assunto un’importanza crescente nel dibattito pubblico, anche per la risonanza che hanno avuto alcuni eventi di cronaca nera. Sebbene le nostre siano tra le società più sicure, molti si sentono più minacciati, insicuri e spaventati. In un mondo nel quale il rischio prende i contorni dell’imprevedibile e dell’indefinito, ai cittadini non importa sapere che le cause del pericolo sono complesse e non riducibili a una; desiderano soltanto che i rimedi siano semplici, immediati e soprattutto vicini nel tempo e nello spazio; esperimentabili nella quotidianità.

Tanti hanno sottolineato la necessità di mettere al centro dell’esperienza detentiva la persona, che prova le stesse emozioni di colui che gode della propria libertà. In molti hanno ribadito l’esigenza che il carcere vada umanizzato, che il carcere diventi un motore – come ha più volte ripetuto Don Luigi Ciotti – che deve girare con il carburante del reinserimento e della riabilitazione sociale.

Nella mia esperienza di volontario ho appreso che l’umanizzazione del carcere è fondamentale. E’ la disponibilità verso la persona che crea sprazzi di responsabilizzazione perché si sente riconosciuta e compresa. Per la valorizzazione della persona detenuta, è necessario offrire delle occasioni e condizioni interiori amichevoli e coinvolgenti, capaci di smuoverla nel suo intimo e nella sua sensibilità. Per realizzare tutto ciò occorre saper ascoltare. Oggi, in pochi sanno ascoltare e ancora meno sono coloro che sanno ascoltare la voce del male. Per un uomo perso nella solitudine di una minuscola cella, e mai ascoltato nell’intimo della sua anima, il linguaggio dell’ascolto ha il valore del cibo e presenta un timbro e dei contenuti formidabili. Potremmo dire che in carcere la comunicazione ha lo stesso valore dell’amore, perché in carcere spesso si incontrano uomini che nel corso della loro vita poche volte hanno autenticamente “comunicato”, utilizzando solamente il linguaggio del male. L’ascolto di un detenuto, quest’attenzione alla sua persona, assume significati profondi perché ascoltare il male con il progetto di modificarlo non è solo una sfida all’impossibile, ma l’amore che si trasforma in pazienza e speranza.

Detto ciò, sono estremamente favorevole al rafforzamento dell’utilizzo delle misure alternative. La tendenza maggiore a delinquere è stata riscontrata in chi ha attraversato un’esperienza carceraria con le norme attuali. Quindi, è possibile sostenere che un ampliamento dell’utilizzo di forme di esecuzione penale alternative al carcere produrrebbe benefici,

sia in relazione alla limitazione dei comportamenti recidivanti dei soggetti provenienti da un percorso penale sia, più in generale, in relazione alla produzione di sicurezza reale, oltre che a garantire un più elevato grado di civiltà al sistema detentivo, attualmente così gravemente compromesso dalla piaga del sovraffollamento. Infine, sarebbero auspicabili semplici provvedimenti realizzabili in tempi assai brevi e dai costi assai modesti per ridurre il sovraffollamento carcerario: la possibilità di allargare l’impiego della detenzione domiciliare, mandando a dormire a casa i detenuti semiliberi (sottoponendoli ai controlli dell’affidamento, e anche di più) e quelli con residui pena sotto i due anni; la sperimentazione di misure come la “messa alla prova”, similmente a quanto accade per la giustizia minorile, per pene sotto i quattro anni, magari con una serie di prescrizioni che rendano questa messa alla prova davvero un esempio di riparazione del danno.

Credete che un giorno il Mondo potrà dire di essere totalmente privo di Stati che usano la pena di morte?

I dati del 2011 e quelli dei primi mesi del 2012 dimostrano che il trend globale verso l’abolizione della pena di morte continua. Progressi sono stati registrati in tutte le regioni del Mondo. Nel 2011, Amnesty International ha registrato esecuzioni in 20 paesi, erano 23 nel 2010. Il dato dimostra, inoltre, una netta diminuzione rispetto a dieci anni fa, quando furono 31 i paesi dove furono eseguite condanne a morte. Negli ultimi 20 anni, numerosissimi Paesi hanno abolito la pena capitale per tutti i reati. Per rispondere affermativamente alla domanda occorre riflettere su come sia possibile procedere verso l’abolizione della pena capitale. Mi sembra che si possa fare un paragone con l’abolizione della schiavitù: per centinaia d’anni lo schiavismo, terribile fenomeno cui l’Africa ha pagato un duro prezzo, era considerato essenziale allo sviluppo dell’economia mondiale. Non sembrava che si potesse fare a meno degli schiavi per creare ricchezza. Poi si è visto, dopo l’abolizione, come tutto ciò fosse profondamente falso. Oggi ci troviamo davanti allo stesso quesito: alcuni affermano che non sia possibile abolire la pena capitale per diverse ragioni, legate all’amministrazione della giustizia, al concetto della retribuzione o alla qualità del crimine. Tuttavia assieme possiamo riflettere per trovare un’altra via, in cui giustizia non sia sinonimo di vendetta e in cui sia possibile rispettare, in ogni caso, il diritto alla vita della persona. Pensiamo che un Mondo libero dalla pena capitale sia possibile e anche vicino, senza che ciò significhi mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini.

Il grido che dice “NO” è forte e riecheggia da un emisfero all’altro senza sosta. Ovviamente, c’è ancora molto da fare ma non di meno bisogna essere ottimisti e promotori di questo messaggio di speranza.

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La StoriaControcampus è un periodico d’informazione universitaria, tra i primi per diffusione.Ha la sua sede principale a Salerno e molte altri sedi presso i principali atenei italiani.Una rivista con la denominazione Controcampus, fondata dal ventitreenne Mario Di Stasi nel 2001, fu pubblicata per la prima volta nel Ottobre 2001 con un numero 0. Il giornale nei primi anni di attività non riuscì a mantenere una costanza di pubblicazione. Nel 2002, raggiunta una minima possibilità economica, venne registrato al Tribunale di Salerno. Nel Settembre del 2004 ne seguì la registrazione ed integrazione della testata www.controcampus.it. Dalle origini al 2004Controcampus nacque nel Settembre del 2001 quando Mario Di Stasi, allora studente della facoltà di giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Salerno, decise di fondare una rivista che offrisse la possibilità a tutti coloro che vivevano il campus campano di poter raccontare la loro vita universitaria, e ad altrettanta popolazione universitaria di conoscere notizie che li riguardassero.Il primo numero venne diffuso all’interno della sola Università di Salerno, nei corridoi, nelle aule e nei dipartimenti. Per il lancio vennero scelti i tre giorni nei quali si tenevano le elezioni universitarie per il rinnovo degli organi di rappresentanza studentesca. In quei giorni il fermento e la partecipazione alla vita universitaria era enorme, e l’idea fu proprio quella di arrivare ad un numero elevatissimo di persone. Controcampus riuscì a terminare le copie date in stampa nel giro di pochissime ore.Era un mensile. La foliazione era di 6 pagine, in due colori, stampate in 5.000 copie e ristampa di altre 5.000 copie (primo numero). Come sede del giornale fu scelto un luogo strategico, un posto che potesse essere d’aiuto a cercare fonti quanto più attendibili e giovani interessati alla scrittura ed all’ informazione universitaria. La prima redazione aveva sede presso il corridoio della facoltà di giurisprudenza, in un locale adibito in precedenza a magazzino ed allora in disuso. La redazione era quindi raccolta in un unico ambiente ed era composta da un gruppo di ragazzi, di studenti (oltre al direttore) interessati all’idea di avere uno spazio e la possibilità di informare ed essere informati. Le principali figure erano, oltre a Mario Di Stasi:Giovanni Acconciagioco, studente della facoltà di scienze della comunicazione Mario Ferrazzano, studente della facoltà di Lettere e FilosofiaIl giornale veniva fatto stampare da una tipografia esterna nei pressi della stessa università di Salerno.Nei giorni successivi alla prima distribuzione, molte furono le persone che si avvicinarono al nuovo progetto universitario, chi per cercarne una copia, chi per poter partecipare attivamente. Stava per nascere un nuovo fenomeno mai conosciuto prima, Controcampus, “il periodico d’informazione universitaria”. “L’università gratis, quello che si può dire e quello che altrimenti non si sarebbe detto”, erano questi i primi slogan con cui si presentava il periodico, quasi a farne intendere e precisare la sua intenzione di università libera e senza privilegi, informazione a 360° senza censure.Il giornale, nei primi numeri, era composto da una copertina che raccoglieva le immagini (foto) più rappresentative del mese, un sommario e, a seguire, Campus Voci, la pagina del direttore. La quarta pagina ospitava l’intervista al corpo docente e o amministrativo (il primo numero aveva l’intervista al rettore uscente G. Donsi e al rettore in carica R. Pasquino). Nelle pagine successive era possibile leggere la cronaca universitaria. A seguire uno spazio dedicato all’arte (poesia e fumettistica). I caratteri erano stampati in corpo 10.Nel Marzo del 2002 avvenne un primo essenziale cambiamento: venne creato un vero e proprio staff di lavoro, il direttore si affianca a nuove figure: un caporedattore (Donatella Masiello) una segreteria di redazione (Enrico Stolfi), redattori fissi (Antonella Pacella, Mario Bove). Il periodico cambia l’impaginato e acquista il suo colore editoriale che lo accompagnerà per tutto il percorso: il blu. Viene creata una nuova testata che vede la dicitura Controcampus per esteso e per riflesso (specchiato), a voler significare che l’informazione che appare è quella che si riflette, quello che, se non fatto sapere da Controcampus, mai si sarebbe saputo (effetto specchiato della testata). La rivista viene stampa in una tipografia diversa dalla precedente, la redazione non aveva una tipografia propria, ma veniva impaginata (un nuovo e più accattivante impaginato) da grafici interni alla redazione. Aumentarono le pagine (24 pagine poi 28 poi 32) e alcune di queste per la prima volta vengono dedicate alla pubblicità. Viene aperta una nuova sede, questa volta di due stanze.Nel Maggio 2002 la tiratura cominciò a salire, fu l’anno in cui Mario Di Stasi ed il suo staff decisero di portare il giornale in edicola ad un prezzo simbolico di € 0,50.Il periodico era cosi diventato la voce ufficiale del campus salernitano, i temi erano sempre più scottanti e di attualità. Numero dopo numero l’obbiettivo era diventato non più e soltanto quello di informare della cronaca universitaria, ma anche quello di rompere tabù. Nel puntuale editoriale del direttore si poteva ascoltare la denuncia, la critica, la voce di migliaia di giovani, in un periodo storico che cominciava a portare allo scoperto i risultati di una cattiva gestione politica e amministrativa del Paese e mostrava i primi segni di una poi calzante crisi economica, sociale ed ideologica, dove i giovani venivano sempre più messi da parte. Disabilità, corruzione, baronato, droga, sessualità: sono questi alcuni dei temi che il periodico affronta.Nel 2003 il comune di Salerno viene colto da un improvviso “terremoto” politico a causa della questione sul registro delle unioni civili, “terremoto” che addirittura provoca le dimissioni dell’assessore Piero Cardalesi, favorevole ad una battaglia di civiltà (cit. corriere). Nello stesso periodo Controcampus manda in stampa, all’insaputa dell’accaduto, un numero con all’interno un’ inchiesta sulla omosessualità intitolata “dirselo senza paura” che vede in copertina due ragazze lesbiche. Il fatto giunge subito all’attenzione del caporedattore G. Boyano del corriere del mezzogiorno. È cosi che Controcampus entra nell’attenzione dei media, prima locali e poi nazionali.Nel 2003 Mario Di Stasi avverte nell’aria segnali di cambiamento sia della società che rispetto al periodico Controcampus. Pensa allora di investire ulteriormente sul progetto, in redazione erano presenti nuove figure: Ernesto Natella, Laura Muro, Emilio C. Bertelli, Antonio Palmieri. Il periodico aumenta le pagine, (44 pagine e poi 60 pagine), è stampato interamente a colori, la testata è disegnata più piccola e posizionata al lato sinistro della prima pagina. La redazione si trasferisce in una nuova sede, presso la palazzina E.di.su del campus di Salerno, questa volta per concessione dell’allora presidente dell’E.di.su, la Professoressa Caterina Miraglia che crede in Controcampus. Nello stesso anno Controcampus per la prima volta entra nel mondo del Web e a farne da padrino è Antonio Palmieri, allora studente della facoltà di Economia, giovane brillante negli studi e nelle sue capacità web. Crea un portale su piattaforma CMS realizzato in asp.È la nascita di www.controcampus.it e l’inizio di un percorso più grande. Controcampus è conosciuto in tutti gli atenei italiani, grazie al rapporto e collaborazione che si instaura con gli uffici stampa di ogni ateneo, grazie alla distribuzione del cartaceo ed alla nuova iniziativa manageriale di aprire sedi - redazioni in tutta Italia.Nel 2004 Mario Di Stasi, Antonio Palmieri, Emilio C. Bertelli e altri redattori del periodico controcampus vengono eletti rappresentanti di facoltà. Questo non permette di sporcare l’indirizzo e linea editoriale di Controcampus, che resta libera da condizionamenti di partito, ma offre la possibilità di poter accedere a finanziamenti provenienti dalla stessa Università degli Studi di Salerno che, insieme alla pubblicità, permettono di aumentare gli investimenti del gruppo editoriale. Ciò nonostante Controcampus rispetto alla concorrenza doveva contare solamente sulle proprie forze.La forza del giornale stava nella fiducia che i lettori avevano ormai riposto nel periodico. I redattori di Controcampus diventarono 15, le redazioni nelle varie università italiane aumentavano. Tutto questo faceva si che il periodico si consolidasse, diventando punto di riferimento informativo non soltanto più dei soli studenti ma anche di docenti, personale e politici, interessati a conoscere l’informazione universitaria. Gli stessi organi dell’istruzione quali Miur e Crui intrecciavano rapporti di collaborazione con il periodico. Dal 2005 al 2009A partire dal 2005 Controcampus e www.controcampus.it ospitano delle rubriche fisse. Le principali sono:Università, la rubrica dedicata alle notizie istituzionali Uni Nord, Uni Centro e Uni Sud, rubriche dedicate alla cronaca universitariaCominciano inoltre a prender piede informazioni di taglio più leggero come il gossip che anche nel contesto universitario interessa. La redazione di Controcampus intuisce che il gossip può permettergli di aumentare il numero di lettori e fedeli e nasce cosi da controcampus anche una iniziativa che sarà poi riproposta ogni anno, Elogio alla Bellezza, un concorso di bellezza che vede protagonisti studenti, docenti e personale amministrativo.Dal 2006 al 2009 la rivista si consolida ma la difficoltà di mantenete una tiratura nazionale si fa sentire anche per forza della crisi economia che investe il settore della carta stampata. Dal 2009 ad oggiNel maggio del 2009 Mario Di Stasi, nel tentativo di voler superare qualsiasi rischio di chiusura del periodico e colto dall’interesse sempre maggiore dell’informazione sul web (web 2.0 ecc), decide di portare l’intero periodico sul web, abbandonando la produzione in stampa. Nasce un nuovo portale: www.controcampus.it su piattaforma francese Spip. Questo se da un lato presenta la forza di poter interessare e raggiungere un vastissimo pubblico (le indicizzazioni lo dimostrano), dall’altro lato presenta subito delle debolezze dovute alla cattiva programmazione dello stesso portale.Nel 2012 www.controcampus.it si rinnova totalmente, Mario Di Stasi porta con se un nuovo staff: Pasqualina Scalea (Caporedattore), Dora Della Sala (Vice Caporedattore), Antonietta Amato (segreteria di Redazione) Antonio Palmieri (Responsabile dell’area Web) Lucia Picardo (Area Marketing), Rosario Santitoro ( Area Commerciale). Ci sono nuovi responsabili di area, ciascuno dei quali è a capo di una redazione nelle diverse sedi dei principali Atenei Italiani: sono nuovi giovani vogliosi di essere protagonisti in un’avventura editoriale. Aumentano e si perfezionano le competenze e le professionalità di ognuno. Questo porta Controcampus ad essere una delle voci più autorevoli nel mondo accademico.Nel 2013 www.controcampus.it si aplia, il portale d'informazione universitario, diventa un network. Una nuova edizione, non più un periodico ma un quotidiano anzi un notiziario in tempo reale. Nasce il Magazine Controcampus, nascono nuovi contenuti: scuola, università, ricerca, formazione e lavoro. Nascono ulteriori piattaforme collegate alla webzine, non solo informazione ma servizi come bacheche, appunti, ricerca lavoro e anche nuovi servizi sociali.Certo le difficoltà sono state sempre in agguato ma hanno generato all’interno della redazione la consapevolezza che esse non sono altro che delle opportunità da cogliere al volo per radicare il progetto Controcampus nel mondo dell’istruzione globale, non più solo università.Controcampus diventa sempre più grande restando come sempre gratuito. Un nuovo portale, un nuovo spazio per chiunque e a prescindere dalla propria apparenza e provenienza.Sempre più verso una gestione imprenditoriale e professionale del progetto editoriale, alla ricerca di un business libero ed indipendente che possa diventare un’opportunità di lavoro per quei giovani che oggi contribuiscono e partecipano all’attività del primo portale di informazione universitaria.Sempre più verso il soddisfacimento dei bisogni dei lettori che contribuiscono con i loro feedback a rendere Controcampus un progetto sempre più attento alle esigenze di chi ogni giorno e per vari motivi vive il mondo universitario. Leggi tutto