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29 dicembre 2012

Cloud computing: nuvole informatiche

Se il 2012 è stato l’anno del Social Network, pare che il 2013 sarà l’anno del Cloud Computing, così almeno ci dicono le società di ricerca del settore ed i dati provenienti dalle aziende quotate nelle principali piazze finanziarie mondiali.

Cloud

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Ulteriore elemento indicativo ci proviene dal Regno Unito, uno dei paesi più attivi nel settore, dove lo stesso governo ha deciso di investire milioni di sterline sulla possibilità, per aziende e amministrazioni pubbliche, di lavorare in remoto, in una “nuvola” appunto, al di là delle infrastrutture fisiche e gestendo una mole di dati enorme.  Denise McDonagh, direttrice del programma G-Cloud del governo britannico, ha spiegato in un’intervista come prima del cloud computing si dovessero “gestire, con grandi spese, una quantità enorme di infrastrutture. Ora possiamo arrivare agli stessi risultati tagliando costi e procurando risparmio del quale possono sicuramente beneficiare quei contribuenti che vogliono vedere il loro denaro speso bene”.

Insomma, se l’anno che sta per finire la tecnologia si è adoperata soprattutto per collegare le persone, nell’anno che verrà essa punterà soprattutto a collegare e mettere in connessione gli stessi strumenti tecnologici.

Gli operatori del settore amano dire che il cloud computing è per l’hardware quello che l’open source è stato per il software. Per coloro che masticano poco l’”informatichese”, possiamo dire che con cloud computing (“nuvola informatica”) si indica un insieme di tecnologie che permettono, tipicamente sotto forma di un servizio offerto da un provider al cliente, di memorizzare, archiviare ed elaborare dati grazie all’utilizzo di risorse hardware/software distribuite e virtualizzate in Rete. È noto come, utilizzando varie tipologie di unità di elaborazione (CPU), memorie di massa fisse o mobili (come ram, dischi rigidi interni o esterni, Cd/DVD, chiavi USB, ecc.), un computer sia in grado di elaborare, archiviare, recuperare programmi e dati. Nel caso di computer collegati in rete locale (LAN) o geografica (WAN) questa possibilità può poi essere estesa ad altri computer e dispositivi remoti dislocati sulla rete stessa. Sfruttando la tecnologia del cloud computing invece gli utenti collegati ad un cloud provider possono svolgere tutte queste mansioni, anche tramite un semplice internet browser. Possono, ad esempio, utilizzare software remoti non direttamente installati sul proprio computer e salvare dati su memorie di massa on-line predisposte dal provider stesso (sfruttando sia reti via cavo che senza fili).

Se queste tecnologie sono viste da alcuni analisti come una maggiore evoluzione tecnologica offerta dalla rete Internet, altri, come ad esempio Richard Stallman, le ritengono una semplice trappola di marketing. Non trascurabili sono infatti i rischi di sicurezza informatica e non solo. Utilizzare un servizio di cloud computing per memorizzare dati personali o sensibili, espone infatti l’utente a potenziali problemi di violazione della privacy. I dati personali vengono memorizzati nelle Server Farms di aziende che spesso risiedono in uno stato diverso da quello dell’utente. Il cloud provider, in caso di comportamento scorretto o malevolo, potrebbe così accedere ai dati personali per eseguire ricerche di mercato e profilazione degli utenti.

Con i collegamenti wireless, il rischio sicurezza infatti aumenta e si è maggiormente esposti ai casi di pirateria informatica a causa della minore sicurezza offerta dalle reti senza fili. Nel caso si parli di industrie o aziende, tutti i dati memorizzati nelle memorie esterne sono quindi evidentemente e seriamente esposti a eventuali casi di spionaggio industriale.

Delegando poi a un servizio esterno la gestione dei dati e la loro elaborazione l’utente si trova fortemente limitato nel caso in cui i suddetti servizi non siano operativi. Un eventuale malfunzionamento inoltre colpirebbe un numero molto elevato di persone contemporaneamente dato che questi sono servizi condivisi. Anche se i migliori servizi di cloud computing utilizzano architetture ridondate e personale qualificato al fine di evitare malfunzionamenti dei sistema e ridurre la probabilità di guasti visibili dall’utente finale, non eliminano del tutto il problema. Bisogna anche considerare che tutto si basa sulla possibilità di avere una connessione Internet ad alta velocità sia in download che in upload e che anche nel caso di una interruzione della connessione si ha la completa paralisi delle attività.

Pericoli a parte, la maggior parte degli italiani vive già su una “nuvoletta”, memorizzando foto, musica e filmati sul web, o anche archiviandoci documenti attraverso uno spazio virtuale che non necessita di alcun programma da caricare sul Pc. in definitiva, la possibilità di condividere il proprio materiale (che sia di lavoro o non) con altre persone, sparse in ogni angolo del mondo, sembra quindi essere una priorità di coloro che rende accettabile anche il rischio che una temporanea assenza di una connessione renda impossibile accedere ai dati archiviati.

Selene Parigi

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