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16 dicembre 2012

Differenza di genere e Violenza sulle donne: la situazione nel 2012

Da anni i problemi circa della violenza sulle donne e la differenza di genere sono due degli argomenti più scottanti e, al contempo, più irrisolti, a cavallo tra il 20esimo e il 21esimo secolo

Violenza sulle donne

Violenza sulle donne

Se ne parla tanto, si fanno congetture, ipotesi, piani di azione ma, tra lotta e omertà, in una società ancora profondamente sessista, questi problemi sembrano lontani dal trovare una soluzione.

Da sempre la donna è stata assoggettata all’uomo che non l’ha mai ritenuta sua pari. Ora, nonostante molti tendano a negare la questione e altri a strumentalizzarla a proprio favore, è assodato e sacrosanto che ci siano delle differenze di genere del tutto naturali e irreversibili e questo non dev’essere deleterio o discriminante, al contrario deve definire l’uomo e la donna in tutta la loro essenza. Negare le differenze è a dir poco contro natura e strumentalizzarle per negare dei diritti a qualcun altro è assolutamente disumano. Simili comportamenti, nel 21esimo secolo, sono ridicoli e rischiano di rovinare quel che di buono c’è nell’essere un uomo e una donna, nell’essere così diversi ma complementari e nell’essere comunque tutti esseri umani che hanno ragione di esprimere le loro differenze senza, per questo, vedersi negati dei diritti.

Nonostante sia passato più di mezzo secolo da quando è iniziata la rivoluzione femminista, in molti ancora faticano a convivere con la realtà che essa ha cambiato i rapporti e la società, e invece di impegnarsi a catalizzare questo cambiamento, andando ad arginarne i lati negativi e favorirne quelli positivi, ci si è persi un conflitto assurdo. In tal modo, le donne stanno perdendo la loro essenza, mettendo in dubbio la loro identità e non riescono ad avere una posizione equilibrata nella società: o spaventano l’uomo, che le accusa di essersi “maschilizzate”, andando così a perdere le caratteristiche proprie del genere femminile e minare un’istituzione importante come la famiglia; oppure, anche se dispiace dirlo all’alba del 2013, esso le reputa ancora inferiori e continua a discriminarle. Dal canto suo, l’uomo non si riesce a evolvere e continua a rimanere schiavo di un sistema che lo vede come il cattivo, andando a vanificare, così, il lavoro e le speranze di molti.

Questo problema scatena contraddizioni, aberrazioni, psicosi, omertà, orgoglio di genere, razzismo e tutta una serie di comportamenti che rendono i rapporti uomo/donna e donna/società davvero complessi e che, molto spesso, sfocia in indignitosi casi di violenza.
La situazione circa le violenza desta non poche preoccupazioni e, per capirla più a fondo, abbiamo intervistato Nadia Somma, dell’associazione D.i. Re – Donne in rete contro la violenza, che da anni si batte per i diritti e la salvaguardia delle donne:

Perché, nel 2012, ancora si riscontrano casi di violenza sulle donne?

La violenza sulle donne non è un’emergenza, ma è strutturale ad una cultura che investe gli uomini e le donne di ruoli che li pongono in relazione con disparità di potere.  La società e le politiche poi riflettono e reiterano queste disparità con la tendenza a mantenerle sia all’interno delle relazioni di intimità ma anche nella società e nel mondo del lavoro. La violenza sulle donne è sempre stata uno strumento per mantenere questa disparità: una “estrema misura” adoperata quando le donne si sottraevano e/o si sottraggono a ruoli imposti o ad aspettative sul loro ruolo. Una “estrema misura” che è stata “garantita” nel suo perpetuarsi dall’invisibilità. La violenza maschile sulle donne (quando non era addirittura codificata e ammessa) è sempre stata rimossa o nascosta dal silenzio delle vittime e da una omertà che sosteneva chi la esercitava. Le donne che rivelavano le violenze andavano incontro a colpevolizzazione o stigmatizzazione sociale.  Ancora oggi, purtroppo, molte donne non raccontano le violenze per paura di non essere credute o di essere colpevolizzate. Talvolta denunciano ma la violenza non viene riconosciuta e vanno incontro a quella che viene definita vittimizzazione secondaria. Il lavoro ventennale dei centri antiviolenza ha contribuito a svelare e a destrutturare quel muro di silenzio che con pregiudizi, stereotipi, giustificazioni continuava a celare la violenza. Non avendo dati riferiti agli anni precedenti all’esistenza dei centri antiviolenza, è difficile dire se la violenza  sia aumentata oppure no.  Un dato certo è che oggi finalmente se ne parla e cominciamo ad avere dati.

Come è cambiata la situazione rispetto al secolo scorso?

Per quanto riguarda la violenza ed il maltrattamento familiare la percezione della violenza era differente. Mancavano strumenti importanti come la legge sull’ordine di allontanamento, la legge sullo stalking. La violenza sessuale era, fino al 1997, un reato contro la morale e non contro la persona. Più in generale, nei secoli scorsi la violenza sulle donne non era solo ammessa, ma addirittura codificata. Esistevano poi discriminazioni che oggi reputeremmo inaccettabili nei confronti delle donne. Le donne non potevano votare, studiare, lavorare, intraprendere alcune professioni e vivevano sotto la tutela del padre prima e del marito poi, condannate ad un destino biologico: maternità, cura della famiglia. Il Novecento seguiva i secoli delle libertà femminili negate ed è stato il secolo delle grandi conquiste delle donne. Ne cito alcune: nel 1946 le donne italiane votano per la prima volta, ma non tutte. Ad esempio le prostitute non possono votare…e su questo aspetto si potrebbe aprire una riflessione a parte su quanto il cammino dell’universalità dei diritti sia sempre lenta e faticosa.  Nel 1960 viene sancita la parità salariale delle donne. Nel 1975 viene approvato il nuovo diritto di famiglia; nel 1978 la 194, purtroppo oggi minata dall’obiezione di coscienza, sottrae le donne alla morte per aborto clandestino e sancisce il diritto all’autodeterminazione delle donne nella scelta della maternità; nel 1981 viene finalmente abolito il delitto d’onore;  solo dal 1997 la violenza sessuale non è più un reato contro la morale ma contro la persona. Il diritto talvolta precede, talvolta segue i cambiamenti sociali e culturali. Nel secolo scorso le leggi hanno stabilito principi e norme che sono state fondamentali per un cambiamento del ruolo delle donne. Paradossalmente, all’inizio del nuovo secolo, con un patriarcato ormai destrutturato ed in crisi irreversibile, ci sono tendenze nella società italiana a portare l’orologio indietro nel tempo ma il movimento delle donne, che si pensava tramontato, è quanto mai attivo e sta prendendo parola e iniziative politiche perché questa pericolosa involuzione  non avvenga.

Qual è la situazione che vive l’Italia, nello specifico, circa questo delicato tema?

L’Italia, come sempre, si pone in una situazione arretrata rispetto alle politiche ed alle iniziative istituzionali per affrontare il problema. Lo scorso inverno, Rashida Manjoo, accademica e avvocata, special rapporteur sulla violenza di genere per l’Onu, inviata in Italia per la verifica dell’applicazione delle direttive della Convezione Cedaw, ha richiamato l’Italia a fare di più. I centri antiviolenza non hanno finanziamenti diretti e adeguati che consentano loro di attuare e  progettare gli interventi a sostegno delle donne. I posti letto previsti secondo le direttive europee per dare ospitalità alle donne vittime di violenza, dovrebbero essere 5700 nel nostro Paese: invece sono solo 500. Il piano nazionale antiviolenza non è stato ancora attuato, e non esiste ancora un osservatorio nazionale sulla violenza alle donne che raccolga i dati annualmente e in maniera capillare sul territorio italiano. Dati che dovrebbero essere reperiti presso tutte quelle agenzie che possono entrare in contatto con donne vittime di violenza o maltrattamento: forze dell’ordine, servizi socio-sanitari, tribunali e procure, centri antiviolenza ecc.

Fare una descrizione precisa è difficile vista la vastissima gamma di casi e personaggi di cui si compongo situazioni del genere, ma immagino che ci siano dei caratteri peculiari tra tutti coloro che perpetrano la violenza e tra tutte coloro che la subiscono. In questo senso, ci può fare un identikit psicologico di chi violenta e chi viene violentata?

Quando i centri antiviolenza parlano di violenza si riferiscono a tutte le forme di violenza. La violenza sessuale viene attuata nella stragrande maggioranza dei casi  all’interno delle relazioni di intimità, dove ci sono relazioni di maltrattamento. Così lo stupro viene attuato in larga percentuale tra le mura di casa, anche se a livello sociale è la violenza sessuale da parte di sconosciuti che viene stigmatizzata. La percezione dello stupro cambia se si tratta di stupratori stranieri. E’ interessante vedere come l’opinione pubblica, purtroppo talvolta orientata dai mass media o strumentalizzata da politici privi di scrupoli a fini di propaganda elettorale, muti atteggiamento se lo stupratore o l’autore di maltrattamenti sulle donne è uno straniero. Allora il fenomeno della violenza sulle donne viene deformato e raccontato come un problema di sicurezza o di immigrazione. Come se fosse il portato di culture estranee alla nostra e che non ci riguarda. Ma ci riguarda eccome.  Comunque la violenza sessuale da parte di sconosciuti rappresenta una minima percentuale anche se viene urlato sulle pagine dei giornali quando avviene.  Un identikit di vittima ed autore di violenza è difficile farlo. Per quanto riguarda le donne: la violenza sessuale ed il maltrattamento possono incontrarlo tutte. La differenza, caso per caso, la fanno le risorse psicologiche, culturali, affettive con le quali una donna affronta una violenza subìta. Ma non esiste una vittima “predestinata”: poi naturalmente come lei ha affermato nella domanda, le situazioni specifiche sono estremamente diversificate tra loro. Per quanto riguarda invece gli uomini che hanno commesso violenze, maltrattamenti o stupri,  qualcosa di maggiormente specifico possono dire gli operatori dei Cam (Centro ascolto uomini maltrattanti) che da qualche anno operano in Italia.

Cosa si può fare per arginare questo fenomeno?

Oggi l’Italia deve assolutamente impegnarsi sia finanziando i centri antiviolenza che istituendo un osservatorio nazionale che raccolga dati sul fenomeno, ma anche attuando il Piano nazionale antiviolenza. E’ necessario formare in maniera adeguata il personale delle forze dell’ordine, quello socio sanitario ed i servizi sociali. Va implementato, quando non addirittura creato là dove non esiste, un lavoro di rete tra i soggetti e le agenzie che possono entrare in contatto con donne vittime di violenza. E si deve operare perché le vittime siano adeguatamente tutelate.

Crede che un giorno si potranno sconfiggere definitivamente queste insensate e avvilenti violenze?

Si, siamo convinte che se si agirà in maniera efficace, politicamente e socialmente, le vittime troveranno maggiori e migliori risposte. I maltrattamenti potranno essere bloccati e prevenuti con interventi mirati e competenti a tutela delle vittime.  In quest’ottica è fondamentale il lavoro sugli uomini che agiscono maltrattamenti e i luoghi dove oggi possono chiedere di essere aiutati a gestire rabbia e frustrazione, i Cam, sono ancora troppo pochi in Italia. Da questo punto di vista il contributo degli uomini per lavorare su un cambiamento culturale è importante. Ci sono gruppi di uomini che da tempo, in Italia, lavorano sulla costruzione dell’identità di genere maschile: associazioni come Maschile Plurale e altre. Ma ognuno deve assumersi delle responsabilità e fare la sua parte. Anche i mass media che troppo spesso contribuiscono ad amplificare messaggi sessisti e pregiudizi. Il cambiamento comincia sensibilizzando i giornalisti facendoli riflettere sul linguaggio dei mass media nel raccontare la violenza sulle donne. Il maltrattamento familiare ed il femminicidio ancora oggi sono spesso giustificati  come “raptus”, “delitti passionali”; inoltre si devono invitare alla riflessione le agenzie di pubblicità e la televisione a non rappresentare le donne come corpi “sezionabili” in base ad un uso sessuale. Ma soprattutto impegnarsi contro le discriminazione sulle donne nel mondo del lavoro, e nella società. Da questo punto di vista, molti di questi interventi sono indicati dalla Convenzione Del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne, la violenza domestica, comunemente conosciuta come Convenzione di Istanbul. La ministra Elsa Fornero l’ha firmata il 27 settembre scorso e adesso auspichiamo la ratifica, nel nostro ordinamento, in tempi brevi. Richiesta fatta, tra altre richieste, anche nella Convenzione No More, promossa da D.i.Re, Udi, Casa Internazionale delle donne, Giulia, Piattaforma Cedaw. 

Siamo all’alba del 2013 e non più tollerabile che si verifichino simili violenze. Un cambiamento c’è stato, cha piaccia o meno, e i cambiamenti non sono mai privi di lati negativi. Questo è un problema delicato, che va affrontato con coscienza e fermezza al fine di assicurare alle donne diritti e doveri, senza discriminazioni o favori, e risolvere il rapporto/conflitto di genere che, troppo spesso, vede le donne come le vittime e gli uomini come i carnefici, e che non può di certo trovare risposta in violenze che offendono l’intelligenza che dovrebbe distinguerci come esseri umani

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