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Leoni da tastiera: come combattere hate speech e odio sui social

Martina Sapio 23 Febbraio 2021

Chi sono i leoni da tastiera: significato in psicologia e come combattere hate speech, odio, insulti e violenza sui social network, Facebook, Twitter, Instagram, TikTok ecc.

Da Arisa, Vanessa Incontrada, Selvaggia Lucarelli, Emma Marrone, Giorgia Meloni fino a Lady Gaga, sono  solo alcuni dei tanti VIP vittime di violenza sui social network per body shaming, ciberbullismo, razzismo.

Non solo VIP, la cattiveria sui post Facebook o sulle Instagram Stories, arriva a tutti e spesso la rabbia è rivolta a giovani meno pronti a sapersi difendere.

Insulti sul web che spesso vengono generati e fomentati da pagine Facebook o da personaggi noti. Proprio come nel caso di politici che incitano all’odio verso altri politici, o verso rom e immigrati, solo per accaparrarsi consensi. Si aggiungono Fake News e bufale spesso pilotate da altrettanti politici scorretti.

E’ l’Università degli studi di Firenze che in una recente indagine, rivela che il 40% dei giovani trascorre 5 – 6 ore sui social network. E di questi, il 13 % insulta amici o personaggi famosi: ecco chi sono i leoni da tastiera.

Commenti pesanti che si fanno tanto ai VIP quanto ai coetanei, dietro la protezione dello “schermo” ci si sente forti e disinibiti. Ci si sente autorizzati a comportamenti violenti e commenti osceni, che magari poi non si avrebbe il coraggio replicare dal vivo al diretto interessato.

Ma cos’è il fenomeno della hate speech, chi sono gli haters, leoni da tastiera che fanno commenti pieni di rabbia sui post dei social network? E come difendersi dal ciberbullismo su Instagram, Facebook, TikTok e Twitter? Il punto dello psicologo Paolo Crepet e del Coach e Trainer di Soft Skills, Stefano Tassone.

Leoni da tastiera: chi sono e perchè si esprimono con odio, insulti e rabbia sui social network

Sono politici nascosti dietro profili falsi, personaggio famosi che odiano altri Vip, e persone comuni: ecco chi sono i leoni da tastiera, bulli, ciberbulli, utenti e personaggi che partecipano a discussioni violente, piene di rabbia e repressione.

I destinatari delle violenze sui social network possono essere personaggi famosi, o persone comuni, scelte senza un apparante motivo. Sono loro che finiscono col ricevere tutta la rabbia e la violenza, che l’hater sfoga senza freni con la sua tastiera.

Lo hanno raccontato Arisa e Vanessa Incontrada, entrambe attaccate su Facebook per l’aspetto fisico. La Boldrini ha ricevuto insulti e minacce sul suo profilo, come pure Selvaggia Lucarelli che denuncia spesso questo argomento, e di certo non le manda a dire.

Ma quanto pericolosi sono i leoni da tastiera, gli haters, odiatori seriali che fanno shaming, ciberbullismo, razzismo? Scrivono post contro rom o immigrati, post pieni di rabbia e violenza sui social netwotk di Vip e non solo, ma perché? Analizziamo la questione dell’hate speech, significato e psicologia con lo psicologo Paolo Crepet.

È pericoloso perché è qualcosa che per la prima volta nella storia arriva nelle tasche di ognuno. Una volta ci poteva essere incitamento attraverso una trasmissione televisiva, ma anche lì non si arrivava mai a questi eccessi. Quindi evidentemente questo è ben diverso, perché, torno a dire, è nelle tasche di ognuno. Quindi l’unica cosa sana, intelligente che si può fare è pensare che sotto i 12, 13 anni non si devono dare telefonini. È come se uno dicesse voglio usare internet ma non voglio che qualcuno mi offenda.” Sostiene Crepet.

Poi continua: “È un fenomeno inevitabile, perché è fatto apposta. Più haters ci sono, più i social vendono. Perché i social non sono fatti per mandare in giro poemi di Leopardi. I social sono fatti per incitare dissidi, polemiche, che quando vanno bene sono correttamente utilizzate, quando non va altrettanto bene arrivano a tutto. Arrivano all’ISIS, arrivano ai patrioti americani che vogliono conquistare Capitol Hill.” Ricorda lo psicologo, facendo riferimento ai fatti di Washington del 6 gennaio scorso.

“Come mai ci sono i canali Facebook che incitano all’odio razziale? Perché Facebook ci guadagna. Chiariamo una cosa molto semplice, che evidentemente non è chiara. Facebook, come qualsiasi altro social fanno parte di un mercato. E come qualsiasi mercante tende a vendere più cose che possiede.“ Conclude infine.

Significato hate speech: cos’è e come difendersi sui social

Ma che cosa significa effettivamente hate speech e chi sono i leoni da tastiera sulle pagine social come Facebook, Instagram, Twitter e TikTok?

La traduzione di hate speech è “incitamento all’odio”. In genere indica una pratica dei social network in cui uno o più utenti diffondono ideologie d’odio di qualunque matrice. Spesso sono di matrice razzista, xenofoba, omofoba o sessista, ma anche di base religiosa e politica. Viene naturalmente da chiedersi anche come ci si può difendere dai leoni da tastiera, come rispondergli o evitarli? A risponderci il Coach dott. Stefano Tassone.

Sebbene fenomeni di istigazione all’odio ci siano storicamente sempre stati -su temi razziali, sessisti, e così via- con l’avvento dei social il fenomeno ha raggiunto una dimensione davvero molto complessa e preoccupante. Credo dunque che proprio per questo sia auspicabile una regolamentazione normativa. Che inviti le varie piattaforme social ad intervenire in presenza di palesi incitamenti all’odio.”  – Fa sapere Tassone -.

Prosegue dicendo: “Il tema è reso però più delicato dal fatto di dover, necessariamente, trovare un bilanciamento con il diritto alla libertà di espressione. Una cosa è certa: a livello normativo, ad esempio, l’incitamento razziale si configura già come reato.– E questo dovremmo dirlo a molti dei nostri politici –

Continua poi l’esperto: “Di certo se parliamo di social e di giovani, è doveroso analizzare il ruolo dei cosiddetti Influencer, personaggi che avendo numerosi followers, sono in grado di influenzare pensiero e azioni di questi ultimi. E a tal proposito, personalmente, vedrei di buon grado l’introduzione di norme e/o regolamentazioni delle piattaforme social.”

Conclude poi: “Oltre a disposizioni normative anti incitamento all’odio sarebbero auspicabili autoregolamentazioni delle singole piattaforme volte ad impedire tali fenomeni. A tal proposito una strada potrebbe essere quella del deplatforming, ovvero il blocco del profilo o la rimozione dei contenuti ritenuti offensivi o incitanti all’odio. Oppure anche la pratica del demonetizing, che potrebbe arrivare a prevedere anche delle sanzioni pecuniarie.”

Insulti dei Leoni da tastiera sui social: quando e perché rimuoverli

Per difendersi dalla diffamazione online, è bene sapere che è possibile compilare il modulo di segnalazione sul sito della Polizia Postale. Oppure ancora inviare una richiesta di rimozione a Google. 

Nonostante ciò, odio, violenza, sono una realtà predominante sui social network, con haters e leoni da tastiera che scrivono post contro Vip, politici, personaggi famosi o meno. E se il messaggio sbagliato proviene proprio da una di queste figure? Sul punto l’opinione di Paolo Crepet.

Lo psicologo sembra dissentire, dicendo: “Figuriamoci se un qualsiasi influencer farà il buono. Certe cose non le poteva fare prima e non le può fare adesso. Perché esistono dei limiti, c’è un limite quando c’è un reato. Ma non è un reato Tiktok. Non è un reato che un bambino di dieci anni abbia un telefonino in mano. Non costituisce un reato, perché se fosse così metà delle famiglie con bambini così piccoli andrebbero in galera.” Sostiene l’esperto, facendo riferimento al caso finito in tragedia poche settimane fa a Palermo. Fatto di cronaca che ha portato, non a caso, a domandarsi se i bambini debbano accedere a queste piattaforme.

Poi continua: “Se uno guarda alle canzoni di rapper, fa paura. Anche quelli sono influencer, anche quelli vanno su youtube. Sono cantanti che vanno sui canali youtube, e parlano di cose che sono incitamento ad atteggiamenti pericolosi.”

Conclude poi: “Quindi al di là di quello che dicono i codici, è inutile che questi influencer provino a darci una lezione che si sono inventati un mestiere. La stessa cosa vale per la pubblicità progresso. Come i calciatori che incitano alla solidarietà. Non funziona con i giovani. Perché non è possibile, le cose sono vere solo se sono valutabili. Se non lo sono, allora sono solo opinioni.” Rigettando l’idea che non solo queste figure possano essere d’esempio, ma anche che possano aiutare ad educare i giovani contro queste pratiche.

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avatar Martina Sapio Studentessa di Giurisprudenza alla Federico II di Napoli, scrivo per la sezione Attualità e vedo nel giornalismo il modo migliore di mettere in pratica le mie conoscenze. Ho sempre amato scrivere così come ho sempre amato informarmi sul mondo che mi circonda, sul suo modo di cambiare e di evolversi. Per questo ho deciso di iniziare ad esplorare questo mondo. Capire da quali meccanismi è mossa la nostra società. Mi interesso in particolar modo di politica e di tematiche economiche, sia di carattere nazionale che internazionale, di come queste costanti influenzino tutti noi. Nello scrivere cerco di essere quanto più diretta e chiara possibile: un lavoro di ricerca e di rifinitura che ha come obiettivo la sola, vera informazione. Leggi tutto