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martedì, 21 maggio 2013
12 luglio 2012

Il mistero del Referendum anti-casta: quello che i media non dicono

Fonte immagine comune.brugine.pd.it

Ci risiamo. Ogni volta la stessa storia.

Succede qualcosa di minimamente interessante in questo benedetto Paese e nessuno sa niente.

Di cosa stiamo parlando? Ma della “misteriosa” consultazione popolare promossa dall’Unione Popolare, il piccolo partito venuto alla ribalta ai tempi della firma anti-Porcellum, al fine di tagliare (come recita il manifestino) gli stipendi d’oro della Casta. A cominciare dall’abrogazione dell’art. 2 della Legge 31 Ottobre 1965, la famigerata 1261.

Quello sulla diaria per intenderci: il rimborso delle spese di soggiorno a Roma previsto, in teoria, per quei parlamentari/senatori, che, per evidenti contrattempi logistici, sono costretti (poveretti) a continue ed estenuanti migrazioni verso la Capitale, ma che, in un moto di plenaria magnanimità, è stata estesa, nella prassi, anche a quei signori che nella Capitale hanno messo radice già da qualche tempo. Le stranezze dello Stivale!

Un’iniziativa senz’altro audace, quella lanciata da Maria Di Prato, segretario del movimento, e dai suoi fidi

collaboratori, che, però, non pare aver riscosso grandi simpatie presso gli organi di comunicazione, i quali, salvo rare eccezioni, preferiscono una linea decisamente più conservatrice: “‘Mazza che caldo”, “Eh, è la crisi!”, “Balotelli diventa papà!”, “Che topa la Fico!”, “Sì, ma la crisi? Ne vogliamo parlare?”.

Un ostracismo cui ha senz’altro contribuito la non brillantissima organizzazione messa in atto dal movimento cui, tuttavia, non ci sentiamo di rimproverare questo peccato di gioventù e, soprattutto, di portafoglio.

Ancora più “incoraggianti”, se vogliamo, le risposte che “non” sono giunte dai nostri inossidabili rappresentanti di stanza a Roma. I nostri cari Mazzarò in doppio petto, che fatta eccezione per Grillo e i suoi, hanno sfoderato le loro proverbiali orecchie da mercante, perdendo forse l’ennesimo treno utile per dimostrare che la politica, dopotutto, non è solo soldi e  magnaccia.

Così la raccolta firme continua all’insegna della più desolante disinformazione, coi Comuni divisi tra chi fa spallucce e accampa scuse ridicole e quelli si sono attivati e con ammirevole tempismo anche.

Scusi, per firmare dove dobbiamo firmare per dove dobbiamo andare? Sa, è una semplice informazione. Ridicolo.

“Abbiamo spedito i moduli a tutti i comuni italiani – spiega la Di Prato – tutti i cittadini possono partecipare”.

Estrema ratio, ci si può sempre recare al comune o al banchetto di raccolta firme più vicino e aderire. Insomma chi vuole, può. Anche in mezzo al marasma.

Disinformazione dicevamo. Troppa per un’idea che promette di far risparmiare allo Stato circa 50 milioni di euro l’anno, che non saranno forse una cifra spaventosa ma che di certo un lor significato politico ce l’hanno.

“In tempi di spending review chi comanda deve dare l’esempio”, insiste la Di Prato.

Obiettivo: quota 500mila firme, quelle che l’Unione  deve depositare in Cassazione per inoltrare la richiesta di referendum. Un traguardo che, stante così le cose, non può che rimanere una beata illusione.

I proponenti parlano di sabotaggio partitico, ma nel frattempo c’è già chi mormora di montature pubblicitarie, di proclami volutamente populisti. Un calcolo sapiente in vista delle future elezioni.


Incerte anche le notizie circa i tempi di scadenza. Le voci si rincorrono parziali e contraddittorie. Qualcuno dice il 26, altri il 27, altri ancora il 30. Termini diversi, che addirittura varierebbero da comune a comune. Una babele, insomma, in cui è difficile, se non impossibile, vederci chiaro.

Per ora, dunque, dobbiamo accontentarci di quello che dice la rete, ultima spiaggia di ogni democratica manifestazione di dissenso. Con i social network che rimbalzano notizie e umori di ogni sorta, come potete leggere sulla pagina fb dell’Unione Popolare: https://www.facebook.com/unione.popolare.

La strada rimane insomma tutta in salita, tanto per usare un eufemismo. Una strada resa ancora più impervia da quello che è l’iter previsto qualora l’iniziativa dovesse andare in porto: le firme raccolte, infatti, potranno essere depositate in Cassazione solo a gennaio 2013, anno che precede le elezioni politiche e che, per legge, vieta qualsiasi programmazione referendaria.

Nella migliore delle ipotesi, pertanto, bisognerà aspettare l’autunno prima che la Suprema Corte valuti l’effettiva legittimità delle adesioni per cui solo nel gennaio 2014 conosceremo se questo referendum s’ha da fare oppure no.

 

Addio sogni di gloria?

 

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