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2 luglio 2003

Ieri, di Agota Kristof

Non è la solita storia di immigrazione quella di Tobias, il protagonista di questo breve ma indimenticabile romanzo: queste sono pagine lette con l’anNon è la solita storia di immigrazione quella di Tobias, il protagonista di questo breve ma indimenticabile romanzo: queste sono pagine lette con l’ansia di vedere come va a finire. Non c’è mai un solo accenno alla malinconia per la propria terra “paese senza nome e senza importanza”, da cui Tobias fugge con la voglia di dimenticare, morire, annullarsi per diventare Sandor, operaio di una fabbrica di orologi dove ogni giorno ripete gli stessi gesti: fa un buco in un pezzo che solo se assemblato ad altri potrà diventare un orologio; così è anche Sandor, solo un pezzo del meccanismo che è la vita vera, quella fuori della fabbrica, dove ogni giorno o notte la luce al neon è sempre accesa, come per far dimenticare quello che c’è fuori. Ma cosa c’è fuori per questo operaio-scrittore? Nulla, se non un gruppo di compatrioti che consumano le loro umili vite di rifugiati al bistrot, misero surrogato della propria terra, tra un bicchiere colmo di speranza e l’ansia per un lavoro da trovare, mari e monti promessi a casa e pacchi da riempire e spedire alle proprie famiglie… Sandor è uno straniero anche tra loro, che trascorre i propri giorni popolati da ricordi e visioni aspettando lei, Line, l’unica a sapere che lui è Tobias, il bambino povero che calzava le scarpe di suo fratello, che giocava col fango e si vergognava di essere figlio della donna più bella del paese, ma anche la ladra, la mendicante. Ma Line arriva, porta i ricordi di un passato umiliante e va via lasciando Tobias-Sandor al suo presente e futuro alienante di straniero per sempre…

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