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15 maggio 2004

Diario di un umanista radicale

Diceva Gandhi: “Sono un uomo spirituale perciò non posso disinteressarmi degli altri. Per questo il mio impegno non può che essere sociale e polit

Diceva Gandhi: “Sono un uomo spirituale perciò non posso disinteressarmi degli altri. Per questo il mio impegno non può che essere sociale e politico.”
E’ da considerazioni come queste che nascono le riflessioni che incontrerete, e che ritengo condivisibili anche da chi non faccia proprio un approccio spirituale alla vita, purchè si sia d’accordo nel riconoscere a fondamento dell’esistenza lo sviluppo della persona umana (come anche sancito nella Carta dei diritti fondamentali dell’unione europea).
Ma questo sviluppo non può svolgersi, se non in adeguato contesto ambientale, inteso principalmente come la sfera di inter-relazioni in cui l’individuo esperisce se stesso. L’uomo quindi come un animale sociale, che non può prescindere dal confronto con l’altro e da questo confronto trovare adempimento alla propria esistenza.

Ridurre l’esistenza umana alla semplice necessità di soddisfare i propri bisogni e alla lotta per le risorse che ne consegue, significa degradare l’uomo a uno stato inferiore a quello degli animali che lottano per la sopravvivenza.
Chiunque infatti abbia una conoscenza meno superficiale della biologia sa che nella logica della natura ogni lotta e ogni sopraffazione è funzionale al mantenimento di un equilibrio ambientale, al proseguimento della vita. In altre parole, il singolo individuo ed anche la singola specie perseguendo i propri interessi li travalica, va oltre, perseguendo infine gli interessi della vita stessa.
Visto da questo punto di vista è l’uomo, o meglio solo l’uomo occidentale, a costituire l’irrazionale eccezione nella natura.
Solo l’uomo infatti annichilisce i membri della sua stessa specie, distrugge l’ambiente da cui dipende, mettendo a repentaglio la sua propria sopravvivenza e al contempo mortificando la peculiarità che lo distingue dagli altri animali cioè la capacita di dare un senso alla sua esistenza.
Perciò non parlatemi di legge del più forte, per favore. Non ditemi che Homo homini lupus, questo è il condizionamento di una società distorta.

Erich Fromm nell’incipit del suo capolavoro “Avere o Essere” (un’opera che fu un cult per la generazione dei nostri professori, probabilmente dimenticata, sicuramente sconosciuta alla nostra), riporta le parole che Albert Schweitzer pronunciò alla consegna del premio nobel per la pace nel 1952: “L’uomo è divenuto un super uomo, ma col suo sovraumana potere non è pervenuto a una sovraumano razionalità…. Più cresciamo e diventiamo superuomini più siamo disumani.”
La sovraumana razionalità di cui si parla non è forse la consapevolezza, che sebbene i singoli agiscano perseguendo i loro interessi, non c’è reale benessere se non c’è benessere per tutti, e che questo benessere travalica considerazioni esclusivamente economiche. Non è il Ben-essere il fine che tutti gli individui perseguono?
Infatti le sperequazioni di ricchezza e di potere creano tensioni e squilibri all’interno della società creando un’atmosfera di instabilità e insicurezza che si ripercuote negativamente sulla qualità della vita di tutti i membri della società, compresi i ricchi e potenti.
Ma in che modo si può riuscire a raggiungere questo ben-essere, che richiederebbe un cambiamento radicale dei modelli sui quali la nostra società è formata?
Innanzi tutto con l’assunzione da parte di ogni individuo della responsabilità personale alla quale siamo chiamati nei confronti del futuro. Per ritornare alle parole di Gandhi, il nostro agire politico rivela il nostro esserci nel mondo.

Nei prossimi numeri vi proporrò spunti di riflessione sull’agire politico oggi, che prenderanno in considerazione l’inefficacia e la pericolosità delle leadership e della violenza, il prevalere dell’economia sulla politica, nuovi modelli di sviluppo.
Sono un umanista radicale e questi sono i miei appunti per una rivoluzione umanista.
Nicola Palladino

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