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15 maggio 2004

L’Africa dimenticata

Accendo la televisione, salto energicamente da un canale all’altro, poi come una bestia ferita passo a leggere il giornale. Le parole, dopo poco t

Accendo la televisione, salto energicamente da un canale all’altro, poi come una bestia ferita passo a leggere il giornale. Le parole, dopo poco tempo, sembrano perdere il loro significato. Sono stufo della Parmalat, del lifting del cavaliere, ma a voi sembra tutto normale? Normale un corno, anzi un Corno d’Africa. Ecco cosa mi mancava, cosa agitava le mie notti insonni: l’Africa. Questo continente dimenticato, amato e odiato, che mentre noi ci dividiamo le colpe sulla sua lenta agonia, sprofonda sempre più in basso nella totale indifferenza. L’Africa e le sue decine di guerre dimenticate, di guerre organizzate in nome di un profitto senza scrupoli, in nome di una ricchezza che è la realtà di pochi e il sogno di molti. L’Africa e le sue ricchezze maledette: petrolio, minerali, diamanti, cose per cui è depredata creando un perverso sistema che ne infrangono il delicato ecosistema sociale. Ma di chi è la colpa di tutto ciò? Perché milioni di esseri umani sono costretti a morire di fame, di malattie. Non lo so. Posso solo dire che non esiste una sola colpa, che non conosce frontiere, che non si fa domande sul colore della pelle. L’intera questione è da ridursi a una sola parola: avidità. Quella stessa avidità che un tempo ci fece depredare il continente nero e che oggi unisce neri e bianchi in un fatale gioco di morte. Come molti di voi non conosco l’Africa, ne ho ammirato le bellezze naturali attraverso i documentari, ma conosco, anche se in modo limitato, la sua gente, attraverso il volto degli immigrati che da essa provengono. Gente che scappa dall’inferno, da un incubo alla ricerca di un sogno, ma che spesso si ritrova in un altro incubo. Gente che muore per raggiungere il proprio paradiso. Gente buona, gente cattiva. Comunque sia esseri umani, figli di un continente che la maggior parte delle volte mettiamo nel dimenticatoio o di cui impunemente ce ne laviamo le mani facendo una misera offerta ad un’anonima associazione.
Costantino R. Massimo

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