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15 maggio 2004

Università in sciopero. Le reazioni dei docenti alla riforma

Agitazione nel mondo accademico per il disegno di legge che prevede il riordino dello stato giuridico dei docenti universitari. Approvato il 16 gennaiAgitazione nel mondo accademico per il disegno di legge che prevede il riordino dello stato giuridico dei docenti universitari. Approvato il 16 gennaio 2004, il DdL interviene su un settore cruciale della cultura, ridefinendo le modalità di accesso alla carriera universitaria, quest’ultima resa più flessibile, e disegnando nuovi equilibri con le imprese, soprattutto nell’ambito della ricerca. Da nord a sud della penisola, i professori hanno inscenato eclatanti manifestazioni, con l’obiettivo di sensibilizzare un’opinione pubblica inconsapevole, ed un governo che ha calato dall’alto l’ennesima riforma senza interpellare le parti interessate, utilizzando il meccanismo della legge delega. La protesta é culminata nella riunione nazionale tenutasi a Roma il 17 febbraio, a margine della quale é stato redatto un documento che, in maniera critica, propone una sostanziale riformulazione del disegno di legge.
Il provvedimento di governo dispone cambiamenti radicali. E’ introdotta l’idoneità scientifica, da ottenere tramite concorso nazionale indetto ogni anno alternativamente per le due fasce di docenza, associati ed ordinari. Presupposto per insegnare, il titolo ha la validità di cinque anni, dopodiché si deve sostenere un nuovo concorso per il rinnovo. Il primo incarico di docenza ha durata triennale e può essere confermato una sola volta; in seguito l’università provvederà all’eventuale assunzione dell’insegnante a tempo indeterminato. Aumenta a 350 ore annuali il monte orario a carico dei docenti (120 di lezione e 230 di attività scientifiche e di ricerca). Per le università sarà possibile assumere, sempre per tre anni, professionisti di comprovata qualifica nel settore scientifico interessato dall’insegnamento, anche se non in possesso dell’idoneità scientifica. Il DdL pone fine alla figura del ricercatore, trasformandolo in ruolo ad esaurimento e sostituendo questa funzione con contratti triennali stipulati in accordo con enti pubblici e privati che ne dovrebbero sostenere l’onere.
L’assise ha esposto timori come quelli di una pericolosa precarizzazione del settore, incentivo per molti talenti a percorrere carriere più sicure e meglio retribuite nelle università straniere o nella libera professione. Dopo sei anni di contratto a tempo determinato, l’incognita é quella di non venire assunti, ritrovandosi fuori dal mercato del lavoro. I fondi e le strutture non sarebbero inoltre adeguati alle esigenze richieste dalla riforma stessa e si cadrebbe nel rischio di un frequente ricorso alle convenzioni con enti esterni all’università per finanziare le ricerche, con un probabile mercimonio di cattedre, oltre che un aggravio del divario fra nord e mezzogiorno. Per il momento le azioni di protesta saranno quelle del dialogo critico, non contro i principi di qualità e trasparenza che vorrebbe sancire la legge, ma contro le modalità di applicazione. Ci si asterrà, per quanto possibile, da blocchi di esami e lauree, una soluzione che andrebbe solo a danneggiare la categoria più debole del sistema università: lo studente.

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