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20 ottobre 2004

Collateral

La luce è poca, i colori si percepiscono appena e comunque dominanti sono i toni scuri: nero, blu, marrone a sprazzi. Fa eccezione un taxi, di quelli La luce è poca, i colori si percepiscono appena e comunque dominanti sono i toni scuri: nero, blu, marrone a sprazzi. Fa eccezione un taxi, di quelli classici americani, gialli con qualche striscia rossa, e qualche insegna illuminata qua e là per le strade. Poi ad un tratto irrompe sullo schermo la parola “Silver”, argento. E per tutta la durata del film è questo il colore che più si distingue. Non perché sia in bella vista nella pubblicità sul tetto del taxi, unico elemento dell’auto sempre perfettamente illuminato, ma semplicemente perché è il colore che caratterizza Vincent, il colore del suo abito, dei suoi capelli della sua barba di due giorni. Questo uomo grigio argento diventa l’elemento che dà casualmente il via ad un incredibile gioco di’incastri che finisce per sconvolgere la vita tranquilla di Max, tassista riflessivo, idealista e sognatore, con il taxi più pulito della città, una foto di un isolotto delle Maldive che guarda tra una corsa e l’altra per rilassarsi e un progetto accantonato nel cassetto da 12 anni in attesa che diventi perfetto. Non capita certo a tutti i tassisti di portare in giro un killer professionista per una notte intera e fargli da autista mentre compie il suo macabro lavoro, ed è difficile da immaginare anche a Los Angeles (eh sì, la città degli angeli è ancora una volta magnifico palcoscenico per un’altra storia buia, mai così buia e così reale come stavolta, miracoli del digitale). Michel Mann però fa avverare anche questa trama di eroi ed antieroi grazie alla sua grandissima sensibilità visiva e ad una sceneggiatura pressoché perfetta, con dialoghi memorabili che non scivolano quasi mai nel banale. Il filosofo-assassino cinico e senza scrupoli fornisce perle di saggezza metropolitana al timido, abitudinario e spaventato tassista di colore, che cerca nei suoi valori un modo per contrastare la risoluzione del suo indesiderato cliente. Un animale sul suo territorio di caccia ed un uomo comune per antonomasia, in giro forzatamente insieme dentro le budella di L.A., su strade semideserte riprese da elicotteri in volo radente, strade come muscoli a riposo pronti a stringersi e stritolarti.
Nessun calo di tensione, nessuna inquadratura fuori posto, il film di Mann svela il lato cattivo di Tom Cruise (perfetto come il suo lato buono) e valorizza Jamie Foxx perfetto nell’interpretare il tassista Max. Alla fine non manca nemmeno la riflessione sulla solitudine (tema presente anche in “Heat, la sfida”) ma stavolta non si limita ad essere sulla solitudine del singolo, ma si riferisce a quella di tutta una metropoli, dove nessuno sa nulla di nessuno altro e non intende saperne di più; dove un uomo può morire su una metropolitana e fare per sei ore il giro della città senza che nessuno, tristemente, se ne accorga.
Gaetano Maiorino

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