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15 novembre 2004

Il caso tortora. Un caso troppo italiano

Il caso Tortora
Il caso Tortora

Il caso Tortora

Enzo Tortora fu accusato, condannato ed assolto in Appello per spaccio di stupefacenti in seno alla Nuova Camorra Organizzata, l’associazione malavitosa “fondata” da Raffaele Cutolo, detto ‘O Professore.

Originario di Ottaviano (in provincia di Napoli), Cutolo finì in carcere per un delitto compiuto in difesa della sorella. Durante la reclusione, riuscì a costruire, verso la metà degli anni 70, un sistema di alleanze e amicizie, creando la Nuova Camorra Organizzata, o NCO.

Quest’ultima si prefiggeva di inserirsi in tutti i traffici illeciti gestiti dalle vecchie famiglie camorristiche, con il fine ultimo di sostituirle interamente, grazie, anche, al placet di Cosa Nostra. In una Campania devastata dalla povertà e dalla disoccupazione, ‘O Professore, che offriva ottime condizioni ai suoi affiliati, ebbe buon gioco, ridimensionando in breve tempo le altre famiglie, e imponendosi come referente particolare del potere politico corrotto, o come suo mediatore (ad esempio con le Brigate Rosse che avevano rapito un assessore regionale democristiano). Evaso dal manicomio, dove era rinchiuso grazie ad una “favorevole” perizia psichiatrica, guidò la sua organizzazione verso la leadership assoluta fra le famiglie campane.

Ma come tutti i capi indiscussi (Hitler, Napoleone, etc.) non seppe cogliere il limite dove fermarsi, forse accecato dal suo delirio di onnipotenza, forse perché più “galantuomo” dei suoi referenti. E così quella parte corrotta dello Stato, con cui aveva banchettato, fu costretta a toglierlo di mezzo, vedendolo come una minaccia divenuta troppo grossa.

Grazie, anche, ad alcuni delatori (alcuni genuini, altri no) lo Stato e la Magistratura colpirono a morte l’organizzazione cutoliana, cominciando dalla testa. Cutolo, arrestato, fu messo in isolamento nel supercarcere dell’Asinara. La furia delle Istituzioni si scatenò, condannando a pene severe anche coloro i quali avevano svolto ruoli marginali, senza fare differenza fra colpevoli o innocenti, tutti ormai scaraventati nel calderone della maxi-giustizia.

Erano gli inizi degli Anni 80. Il Mondo era molto diverso da oggi: appena si percepiva una voglia di distensione fra Est e Ovest. L’Italia era molto diversa da oggi: un paese di confine fra i due blocchi. Quasi nessuno sapeva chi fosse Berlusconi, e le tv private erano prototipi in via di sviluppo.

Già da alcune stagioni televisive, il venerdì sera sulla Rai Due (allora si chiamava Secondo Canale), teneva banco un signore di mezz’età: distinto, istruito, pacato, discreto, ma ironico, mordace ma mai volgare, con un’estrema conoscenza del medium televisivo, convinto assertore della libertà di antenna, inviso al sistema per la sua manifestata opposizione alla lottizzazione politica della Rai. La sua idea, quella di un mercatino televisivo con ospiti particolari che raccontavano una loro esperienza particolare, immerso in una semplice coreografia fatta di ragazze carine mai discinte e imperniata sul policromo Portobello (un pappagallo che dava il nome alla trasmissione), divenne un appuntamento fisso per 20 milioni di italiani, con punte di 27 milioni (record assoluto dall’istituzione dell’Auditel).

Enzo Tortora, questi il nome e il cognome di questo amico di famiglia, non potrebbe essere paragonato a nessun anchorman dei giorni nostri: l’oligopolio della tv ha segmentato gli ascoltatori e nemmeno la Nazionale di calcio riesce più a superare i 15milioni; i tempi, i temi, la società, i gusti, i costumi sono cambiati e così anche la tv e i suoi personaggi.

E sebbene “Portobello” possa essere considerato come un reality-show ante litteram, aveva poco in comune con la televisione spazzatura che viene propinata attualmente sotto questa categoria di programmi. Tortora era, comunque, il re incontrastato della televisione italiana: conosciuto da tutti, stimatissimo, a volte un po’ bistrattato dalla critica che, anche biasimando le caratteristiche nazional-popolari del suo programma, ne apprezzava l’ironia, il savoir-faire e la discrezione. Ma qualcosa sarebbe successa, sconvolgendo e cambiando la sua vita: iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Napoli nell’ambito del processo alla NCO, venne arrestato il 17 giugno 1983. Cominciò così quello che fu definito il Caso Tortora.

Non sapremo mai i motivi che portarono il “pentito” Giovanni Pandico ad inserire Tortora nell’elenco di camorristi fornito agli inquirenti: mitomania, psicopatia, voglia di notorietà, disperazione, calcolo o mossa studiata a tavolino. Come un effetto a catena, diversi “delatori” cominciarono ad inserire il noto presentatore nei loro racconti. Tra questi il killer cutoliano Pasquale Barra, e il sedicente Gianni Melluso, che ricordava di avergli consegnato chili di cocaina per conto dell’organizzazione. Accusare Tortora garantiva notorietà e consentiva un trattamento carcerario particolare. Anche un imbrattatele milanese, tale Margutti, presentato come “noto pittore”, raccontava di essersi recato nelle quinte di “Antenna Tre”, una televisione privata milanese di cui Tortora era il direttore, insieme alla moglie, aiutandola perché le “cadevano le mutande”, e di avervi visto il presentatore consegnare una valigetta con fare sospetto. Ma tutto questo castello accusatorio, fondato solo sulle dichiarazioni e “senza uno straccio di riscontro obiettivo”, non poteva reggersi da solo.

Ad avvalorare le tesi dei pentiti, a dare lustro e visibilità ai delatori, a lodarne le facoltà mnemoniche, e a gettare fango, partecipò in modo determinante la stampa. A parte qualche mosca bianca (prevalentemente dalla Stampa, da Repubblica e dal Manifesto, o singoli di un certo blasone, quali Giorgio Bocca e Enzo Biagi, coadiuvati da numerosi esponenti della Cultura), quasi l’intera categoria giornalistica partecipò al linciaggio morale di Tortora, riportando notizie false, inventate, speculando sulle immagini, privilegiando la sensazionalità all’informazione. Insomma l’arresto e la condanna di Tortora avrebbero interessato la gente, avrebbero fatto vendere i giornali, e poi, inconsciamente o forse, emergeva una certa voglia di rivalsa nei confronti di una persona che nel campo comunicativo era uscito dall’anonimato. La politica, invece, rimase immobile nei confronti della “macelleria giudiziaria” che si stava svolgendo alla Procura di Napoli; Radicali, Liberali, Socialisti, convinti assertori di una giusta giustizia, tentarono, invano, di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta. Gli altri partiti (i vari DC, PCI, MSI), invece, se ne infischiarono, a parte alcuni loro autorevoli esponenti che manifestarono solidarietà, ma in via strettamente privata e personale.

E lo stesso Craxi, allora Presidente del Consiglio, respinse ogni ipotesi di indagine parlamentare, esprimendo “massima fiducia nei giudici chiamati a giudicare”. Fu proprio la lotta per la Giustizia a convincere Tortora, da sempre liberale, a candidarsi alle Elezioni Europee dell’84 con il Partito Radicale: in quella tornata, che vide lo storico sorpasso compiuto ai danni della DC da parte dei Comunisti trainati dalla morte “sul campo” di Berlinguer, il Nostro ricevette 450.000 preferenze e fu il terzo eletto a Strasburgo nelle fila dei radicali italiani. Tortora, da eurodeputato (anche se lui era solito schernirsi definendosi “neurodeputato”), partecipò alla Commissione Giustizia, formulò interessantissimi interventi, rinunciando immediatamente all’immunità parlamentare per sottoporsi al quello che chiamava il suo “appuntamento con la Giustizia”. Sebbene il collegio difensivo fosse formato da autorevoli legali (il prof. Dall’Ora di Milano, l’avv. Della Valle di Monza e l’avv. Coppola di Napoli) che svolsero in modo esemplare il loro ruolo, il presentatore ligure fu condannato a 10 anni di reclusione.

La Corte aveva dato credito alle illazioni dei pentiti. Era il 17 settembre 1985. Il Collegio difensivo di Tortora chiese, e ottenne, il ricorso in Appello. Andava in scena il secondo atto di questa incredibile tragedia, sempre a Napoli. Ma questo processo, svoltosi in condizioni completamente diverse di garanzie civili, vide, invece, una Corte propensa alla vera ricerca della Verità. E così, uno alla volta, i “delatori” persero la loro credibilità, palesando incongruenze, imprecisioni, falsità, menzogne. Le figure di Pandico, Melluso e Margutti emersero per ciò che davvero erano, e cioè calunniatori di professione, habitué delle procure del Bel Paese. Il verdetto d’appello, confermato in Cassazione, assolse Tortora da ogni accusa: era il 15 settembre 1986, oltre mille giorni dopo l’arresto all’Hotel Plaza, terminavano l’incubo e l’infamia. Tortora, prosciolto, decise di tornare in Tv, rinunciando alla carriera politica, e scegliendo la sua dimensione naturale, quella catodica.

Dopo un’ultima e fortunata stagione di “Portobello”, lanciò un programma di nome “Giallo”, in cui, avvalendosi della collaborazione del regista horror-thriller Dario Argento, si proponeva di trattare di crimini rimasti insoluti. Il programma, che ebbe un discreto successo, fu soppresso quando le condizioni di salute del presentatore-autore si fecero più gravi. Il 18 maggio 1988 Enzo Tortora si spegneva, colpito da un impietoso tumore al polmone, lui che nemmeno fumava. Ai suoi funerali nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano, parteciparono migliaia di persone. I discorsi di chi lo aveva conosciuto o di chi ne aveva condiviso la battaglia per la Libertà commossero l’intera opinione pubblica italiana.

Ancora oggi il nome di Enzo Tortora, il ricordo della grande passione civile, l’unicità dell’uomo, la serietà del professionista, destano nei cuori e nelle menti dei cittadini una voglia di legalità, di rispetto, di Giustizia. E se oggi l’Italia è un po’ più Europa, lo dobbiamo anche a questo “signore di mezz’età” che non si lasciò distruggere, ma riuscì a “resistere un minuto in più”, e a combattere per i nostri diritti di cittadini liberi in uno stato di diritto. Ed anche se il caso Tortora è ormai un fatto storico, non possiamo ricordarlo senza una certa commozione e partecipazione personale.

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