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15 novembre 2004

La violenza in uno stato di diritto

“Certe cose bisogna viverle per capirle”. Così esordisce il nostro intervistato, che vuole mantenere l’anonimato e che, per questo, chiameremo Marco. “Certe cose bisogna viverle per capirle”. Così esordisce il nostro intervistato, che vuole mantenere l’anonimato e che, per questo, chiameremo Marco. Marco, che ci illustra il suo punto di vista, ha quasi trent’anni, è laureato in Lettere, lavora come impiegato in un’azienda privata, e condivide con altri uno stile di vita alternativo: è un ultras. “Non voglio parlare delle leggi anticostituzionali riservate agli ultras. Caso unico della giurisprudenza italiana, contro gli ultras colti sul fatto a commettere violenza scatta subito una sanzione amministrativa che tiene loro lontani dai campi anche per anni, in attesa del processo e, quindi, della eventuale sanzione penale. Preferisco parlare, invece, di come veniamo trattati dalle forze dell’ordine. Ci trattano come animali, spesso stipandoci in più di cento in certi residuati bellici che chiamano pullman. Ci costringono a seguire i tempi e gli itinerari imposti, a perquisizioni inique che, spesso, finiscono anche con il sequestro di bottigline d’acqua, panini, merendine e sigarette. E’ questo è niente: spesso, sempre più spesso ormai, veniamo caricati da squadre di celerini il cui unico obiettivo non è garantire la calma e tutelarci come cittadini di uno Stato di Diritto. Il loro obiettivo è quello di colpirci, farci della violenza innanzitutto fisica, ma che racchiude un substrato psicologico, in quanto generata da un sistema parallelo allo Stato, quello del pensiero dominante che vede negli ultras l’ultima ideologia contro-culturale, dopo la caduta delle ideologie di massa dello scorso secolo”. Chiediamo a Marco di raccontarci un aneddoto specifico. “Era una partita infuocata, un derby. Eravamo tifoseria ospite e già correvano le voci che un tacito accordo fra la tifoseria locale e la questura locale avrebbe garantito la calma nella città, a patto che ci avessero pensato i celerini a picchiarci. Bastò, infatti, lo scoppio di un semplice petardo in una zona vuota e diversi reparti di celere, già pronti come gli avvoltoi in un canyon, cominciarono a caricarci da ogni lato. Cercai di difendermi alla meno peggio. Vidi un ragazzo in terra con le mani alzate in segno di resa ed un celerino che si accaniva su di lui col manganello. Destreggiandomi riuscii ad avvicinare me, e l’agente che stava fronteggiandomi, a quel ragazzo e mi gettai anch’io in terra per fargli scudo col mio corpo. Il ragazzo si risparmiò qualche brutto colpo; in compenso a manganellare me diventarono in due. Me la cavai bene un occhio nero e una gamba lussata. Erano un occhio nero ed una gamba lussata di Stato!”.

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