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8 luglio 2005

Rancho Notorious

Anno 1952;
regia di Fritz Lang;
sceneggiatura di Daniel Taradash (dal racconto “Gunsight Whitman” di Silvia Richards);
fotografia di Hal Mohr;
sceAnno 1952;
regia di Fritz Lang;
sceneggiatura di Daniel Taradash (dal racconto “Gunsight Whitman” di Silvia Richards);
fotografia di Hal Mohr;
scenografia di Robert Priestley;
musiche di Emile Newman;
con Marlene Dietrich (Altar Keane), Arthur Kennedy (Vern Haskell), Mel Ferrer (Frenchy Fairmont), Gloria Henry (Beth Forbes), William Frawley (Baldy Gunder);
prodotto dalla Fidelity Pictures-RKO Radio;
durata 89 minuti.

Un villaggio del Wyoming, nel 1870. Nel corso di una rapina, un bandito violenta e uccide la fidanzata di Vern, il quale decide di vendicarsi. Da un complice dell’assassino Vern è indirizzato verso il ranch di Altar, una ex cantante di saloon, diventata l’amante del pistolero Frenchy e ora interessata “ospite” del fuorilegge della zona. Diventato amico di Frenchy e Altar, Vern riesce a farsi dire il nome di chi uccise la sua ragazza, ma compromette così Altar che viene sospettata di tradimento dai suoi ospiti. Nella sparatoria finale, Altar fa scudo col proprio corpo a Frenchy e muore tra le sue braccia.
Nel corso del suo lungo “periodo americano”, Fritz Lang diresse tre western: il seguito di un film di Henry King, Il vendicatore di Jess il bandito (1940); l’epico Fred il ribelle (1941), che è opera già molto più personale; il capolavoro Rancho Notorious, che in origine doveva intitolarsi Chuck-a-Luck: come la ruota della fortuna che Marlene Dietrich fa girare nel saloon; come il suo ospitale ranch; come la canzone di Ken Darby, che fa da motivo conduttore a tutto il film. Concepito in funzione della Dietrich e girato tutto in studio con un budget limitato, Rancho Notorious sintetizza in sé molti dei motivi prediletti di Fritz Lang: l’ossessione della vendetta, l’assurdità della violenza, l’ambigua funzione delle associazioni segrete, l’incombere del destino, l’ineluttabile solitudine degli esseri umani; e li mette in scena sul filo di una struttura narrativa molto complessa, in cui i ritmi della ballata si alternano a quelli del racconto realistico e a quelli di una mitologia ricostruita attraverso tre folgoranti flash-back. Reso fiammeggiante da una fotografia dai colori mai naturalistici e da una scenografia sfacciatamente “falsa”, questo capolavoro della storia del cinema (e non solo western) mette in scena il tragitto attraverso il quale gli estremi giungono a toccarsi. La volontà di vendetta trasforma il mite Arthur Kennedy in un “mostro” morale, che usa i più nobili sentimenti umani (l’amicizia e l’amore) solo come mezzi per raggiungere il proprio fine di vendetta. Viceversa, l’avvicinarsi della maturità fisica e psicologica fanno di Mel Ferrer un eroe stanco e di Marlene Dietrich una donna nuovamente disponibile alle illusioni, rendendo entrambi umanamente sempre più fragili e degni di simpatia etica. È proprio questa ambiguità convergente a fare dei protagonisti di Rancho Notorious personaggi su cui grava un’ineluttabile maledizione esistenziale. Alla fine, Vern potrà scoprire solo che la vendetta non dà felicità e a Frenchy non resterà che avviarsi verso un solitario e nostalgico futuro. Migliore risulta essere, quindi, la sorte di Altar, la quale con la sua generosa morte riesce finalmente a fermare lo scorrere del tempo. E il pessimismo della ragione trova, così, in Rancho Notorious una sua tragica e romantica apoteosi.

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