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3 luglio 2005

Sentieri Selvaggi

Reduce dalla guerra civile, Ethan cerca pace nella casa del fratello, ma i Comanches massacrano ben presto la sua famiglia, portandosi via le due nipoReduce dalla guerra civile, Ethan cerca pace nella casa del fratello, ma i Comanches massacrano ben presto la sua famiglia, portandosi via le due nipotine. Una spedizione parte subito sulle tracce degli indiani e trova una delle ragazze morta. Per riportare a casa l’altra, Ethan e Martin, un “cherokee” figlio adottivo del fratello, partono per un inseguimento che dura cinque anni. La nipote Debbie viene infine ritrovata e il campo dei Comanches raso al suolo da una carica di cavalleria.
Una porta che si apre sullo sfondo della Monument Valley e la stessa porta che si chiude alle spalle del protagonista, il quale si allontana verso il nulla. Dentro a questa magistrale cornice, John Ford ha costruito il suo western più ricco e più maturo. Probabilmente anche il migliore, se all’interno della sua filmografia hanno ancora un senso le graduatorie. Di sicuro, un film al cui centro campeggia un personaggio indimenticabile: umanamente complesso, pieno di chiaroscuri e di inquietanti ambiguità. Ethan rappresenta il ruolo più grande e più appassionante tra i tanti interpretati da John Wayne. Del classico eroe del West possiede l’autosufficienza, la prontezza di decisione e il tragico comportamento del solitario. Egli sa di appartenere a un gruppo sociale, ma in questo non è mai completamente integrato. Nel suo passato ci sono due punti interrogativi che gettano un’ombra drammatica anche sul presente: ciò che lui ha fatto in quei due anni che vanno dalla fine della guerra al suo ritorno a casa; e il sentimento che lo lega alla cognata, di cui la cinepresa di Ford spia il dolce sguardo o la tenerezza di un gesto nel riporre un pastrano. Visto distruggere il nido in cui ha fatto dolorosamente ritorno, il sentimento fondamentale di Ethan diventa la vendetta. L’inseguimento dei Comanches diventa un fatto personale. Gli altri possono essere solo testimoni del suo agire. Quando spara negli occhi a un indiano morto, per impedirgli di andare nei Campi Elisi. Quando trascina via gli uomini dal compito pietoso di seppellire i loro defunti. Quando dimostra un odio viscerale per tutti i pellerossa. Ma anche quando solleva tra le sue braccia la nipotina ritrovata. Sul piano visivo Sentieri selvaggi esprime il sommo dell’arte di Ford e propone una splendida varietà di paesaggi geografici e psicologici: la Monument Valley, la neve, le rocce e il deserto. Su quello narrativo, chiama in causa la consapevole solitudine di un eroe moderno sullo sfondo di un’America mitica esistita forse solo nei sogni del western. Su quello drammaturgico, sa portare fino alle estreme conseguenze la shekspiriana virtù di definire un mondo attraverso il continuo trascorrere dei toni: da quello più alto (il winchester sfoderato in controluce, per correre a salvare ciò che è già perduto) a quello più esplicitamente farsesco (i glutei del Reverendo Ward Bond trafitti dalla sciabola del tenentino di cavalleria Pat Wayne). La perfetta fusione di tutti questi piani restituisce l’inconfondibile profumo del capolavoro.

anno 1956;
regia di John Ford;
sceneggiatura di FranckS. Nugent (dal romanzo omonimo di Alan LeMay);
fotografia di WintonC. Hoch;
scenografia di Franck Hotaling e James Basevi;
musiche di Max Steiner;
con John Wayne (Ethan Edwards), Jeffrey Hunter (Martin Pawley),
Vera Miles (Laurie Jorgensen), Ward Bond (Capitano Reverendo
Samuel Clayton), Natalie Wood (Debbie Edwards), Harry Carey jr.
(Brad Jorgensen), Hank Worder (Moses Harper), Dorothy Jordan
(Martha Edwards);
prodotto dalla Whitney Pictures-Warner Bros;
durata 119 minuti

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