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9 settembre 2005

Lo hobbit o la Riconquista del Tesoro

Titolo originale: The Hobbit or There and Back Again; Autore: John Ronald Reuel Tolkien; Anno: 1937; Casa editrice: George Allen & Unwin Publishers
Titolo originale: The Hobbit or There and Back Again; Autore: John Ronald Reuel Tolkien; Anno: 1937; Casa editrice: George Allen & Unwin Publishers. «Se vi piacciono i viaggi fuori del confortevole e accogliente mondo occidentale, oltre il Confine delle Terre Selvagge, per poi tornare a casa, e pensate di poter provare un certo interesse per un umile eroe, ecco la storia di questo viaggio e di questo viaggiatore.» John Ronald Reuel Tolkien Pubblicato per la prima volta a Londra nel 1937, dagli editori Allen & Unwin (“The Hobbit, or There and Back Again”, e in Italia nel 1973, da Adelphi), “Lo hobbit” precede “Il Signore degli Anelli” di 17 anni. L’idea per il romanzo nasce durante la correzione del compito di uno studente, quando Tolkien sul foglio scrive, distratto, “In un buco nella terra viveva uno hobbit”. Questa frase è il seme dell’opera che vedrà protagonista il popolo che dal neologismo coniato da Tolkien trae nome. “hobbit da holbytla”, come scriverà l’autore nella sezione linguistica de “Il Signore degli Anelli”, ovvero abitante di buchi. La storia illustra un anno elettrizzante nella Terra di Mezzo e ha come protagonista un piccolo e modesto, ma “rispettabile” hobbit, Bilbo Baggins, abitante delle tranquille terre della Contea. Bilbo è invitato dallo stregone grigio Gandalf e da tredici nani, capeggiati da Thorin Scudodiquercia, che vanta discendenze regali (è figlio del figlio di Thror, Re sotto la Montagna), ad aggiungersi al loro gruppo per un difficile viaggio, che ha come scopo il recupero del tesoro che i loro avi avevano accumulato nelle caverne della Montagna Solitaria e sottrattogli dal drago Smog. Bilbo, in qualità di scassinatore, accetta di unirsi alla compagnia, sottoposta fin dall’inizio del viaggio a dure prove. I componenti della missione affrontano un viaggio che li conduce inizialmente a Gran Burrone, nella casa di Elrond, quindi alle Montagne Nebbiose; dapprima catturato dai troll, il gruppo si trova nel mezzo di una tempesta e si scontra con gli orchi, il cui capo viene ucciso da Gandalf. Bilbo fugge e lungo il percorso nella profondità delle caverne trova un anello d’oro, che mette istintivamente in tasca. Lì incontra la pericolosa e viscida creatura Gollum (precedente proprietaria dell’anello), che lo sfida in una gara di indovinelli, promettendogli la vita in cambio della loro risoluzione. E’ però il potere magico dell’anello, più che l’astuzia nella gara verbale, a salvare la vita a Bilbo, reso invisibile e capace quindi di fuggire all’aperto, dove trova il resto della compagnia. Altri pericoli attendono Bilbo e compagni: devono scontrarsi con i mannari, prima di giungere a Bosco Atro, popolato da ragni giganti. Qui la compagnia è fatta prigioniera dalle mostruose creature, ma grazie al potere magico dell’anello che ha con sé, Bilbo libera i compagni e finalmente, dopo essere sfuggito anche agli elfi Silvani, giunge con il resto della compagnia a Esgaroth, città degli uomini. Alla gente del luogo, Thorin rivela la sua identità di discendente del Re sotto la Montagna e il suo compito di recuperare il tesoro degli avi. In seguito alle rivelazioni, il popolo di Esgaroth festeggia il loro arrivo, preannunciato da antiche profezie come portatore di enormi ricchezze. Bilbo e compagni finalmente si introducono nella Montagna, dove il piccolo hobbit raggiunge, invisibile, la tana del drago Smog, con il quale ingaggia una gara verbale, riuscendo a carpire il punto vulnerabile della creatura, unica parte scoperta nella corazza di diamanti che indossa. Bilbo non è preposto, però, all’uccisione del drago. Il predestinato è Bard, un uomo, che, informato da un uccello della vulnerabilità del drago, riesce a ucciderlo. La compagnia, rientrata in possesso del tesoro, non vuole spartirlo con gli abitanti di Esgaroth né con gli elfi Silvani, giunti anche loro in soccorso. Il conflitto è dunque inevitabile, ma Bilbo dà prova di grande saggezza, impadronendosi dell’Archepietra, il gioiello più prezioso dell’intero tesoro, e offrendola segretamente agli uomini come merce di scambio per la pace. Una sorta di risarcimento per i danni subiti e un equo guadagno per il popolo di Esgaroth. Lo sforzo diplomatico di Bilbo non ha, però, esito positivo: Thorin è ormai inebriato dal tesoro, che vuole tenere interamente per sé e per i suoi. E’ l’arrivo di Gandalf a impedire il peggio. Reca, infatti, la notizia di un imminente attacco da parte degli orchi, pronti a vendicare l’uccisione del loro capo, e la conseguente necessità di unirsi tutti insieme per avere possibilità maggiore di successo in una battaglia che si preannuncia sanguinosa. La coalizione tra nani, uomini ed elfi ha successo ma Thorin (e Fili e Kili), rimasto gravemente ferito nel conflitto, muore dopo aver chiesto il perdono di Bilbo, riconoscendone le ottime qualità e la buona fede. Il tesoro è finalmente spartito e Bilbo e Gandalf fanno ritorno alla Contea, giusto in tempo per vedere che lo hobbit era stato dato per morto e i suoi beni messi all’asta. Ne “Lo hobbit” (così come ne “Il Signore degli Anelli”), il conseguimento dell’identità di eroe passa per la perdita e la rinuncia. Nel suo percorso di crescita, Bilbo perde più di quanto preannuncia Tolkien in apertura di romanzo (“Probabilmente perse il rispetto dei vicini, ma guadagnò – beh, vedrete alla fine se arrivò a guadagnare qualcosa…”); rinuncia, infatti, all’Archepietra e a ciò che essa rappresenta, ma guadagna la pace fra i popoli. Come dirà lo stesso Gandalf alla fine della loro avventura, l’ormai saggio Bilbo è una persona diversa. Stupisce per progressiva crescita interiore e conquista della maturità, sorprendendo con azioni che lo mostrano “sempre più in gamba di quanto ci si aspetti”: Bilbo non è più “lo hobbit di un tempo”. Bilbo è, però, anche consapevole del suo limite di “piccola creatura”, consapevolezza raggiunta in solitudine. Nonostante, infatti, “Lo hobbit” sia, come del resto “Il Signore degli Anelli”, un’opera intitolata all’amicizia, è nella consapevolezza dell’essere solo, in un creato troppo vasto per essere compreso, che l’eroe consegue il suo fine. Il tocco in più lo dà il non essere eroe del protagonista, sempre necessitante di aiuto e mai decisivo nella fase finale (il drago viene ucciso da Bard e durante la battaglia finale Bilbo è privo di sensi). Intriso di amore per la lingua e la filologia, della conoscenza che passa per la parola, “Lo hobbit” offre vasti sprazi di guerra a base di colpi di parole, come quella tra Bilbo e Gollum nella loro gara ad indovinelli. Il recupero dell’ordine e dell’equilibrio è presente ne “Lo hobbit” solo in battuta finale, quasi come attributo di una vicenda interamente indirizzata alla maturazione di Bilbo Baggins. In conclusione, “Lo hobbit” è senza dubbio un classico della letteratura contemporanea ancora in grado di affascinare il lettore, trasportandolo in terre fantastiche dominate da sinistri tiranni, dove la natura è ancora padrona su tutto e dove esseri fatati e maghi hanno ancora spazio per esistere.

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