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27 ottobre 2005

Chernobyl vent’anni dopo: un progetto nella tragedia infinita

Era la notte tra il 25 ed il 26 aprile 1986 quando il quarto reattore della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, esplodeva causando la fuoriuscEra la notte tra il 25 ed il 26 aprile 1986 quando il quarto reattore della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, esplodeva causando la fuoriuscita di 35 tonnellate di combustibile nucleare ed un innalzamento del livello radioattivo, 200 volte superiore a quello di Hiroshima e Nagasaki. Il bilancio parla di mezzo milione di persone evacuate definitivamente (da una zona grande quanto l’Olanda), e di 200.000 vittime accertate. Ad eterna memoria dell’episodio rimarrà l’ormai fatiscente “sarcofago”, struttura in cemento armato allestita in tutta fretta e al prezzo di numerose vite tra i “liquidatori”. Oggi, dai suoi 250 metri quadrati di crepe, fuoriescono sostanze chimiche che contaminano l’aria e le falde acquifere e Chernobyl è diventata meta di pellegrinaggio per coraggiosi escursionisti dato il livello di radioattività che aleggia sulla città fantasma. I terreni contaminati dal Cesio 137 rientreranno nei limiti non prima di 300 anni; per il Plutonio dovranno passarne 14.000. Nel frattempo, una delle priorità per la comunità internazionale, dovrà essere quella di dare sostegno, finanziario, sanitario e sociale, alle nazioni più colpite: Ucraina e Bielorussia in primis. In questa immanente realtà si pone il “progetto Humus”, un intervento di cooperazione internazionale a favore delle vittime dell’incidente nucleare di Chernobyl. La sede dell’intervento è il villaggio di Dubovy Log, in Bielorussia. L’ambito d’intervento del progetto è il rischio alimentare: il 70-90% della contaminazione radioattiva dei residenti nelle zone colpite dal fall out dell’incidente nucleare, deriva dalla catena alimentare. Il progetto agisce su due livelli: quello agronomico quello socio-pedagogico: bonifica del territorio e sostegno alle famiglie e ai loro figli. I “figli di Chernobyl”, colpiti da terribili patologie tumorali, anomalie genetiche, immunodeficienze, ed alle loro famiglie, che sopravvivono, isolati e dimenticati, ai margini della società, Massimo Bonfatti, tra gli altri, dedica la sua esistenza invitandoci alla riflessione.“Agli studenti consiglierei di pensare al nucleare non in termini tecnici e/o scientifici, ma in termini etici, di pensare come ad ogni passo ci fosse un macigno pronto a cadere sulla loro testa e…con nessuna possibilità di scansarsi. E se non è sufficiente questo, senza perdersi in dotte disquisizioni vorrei che mi dessero la risposta a due semplici quesiti:
– se gli incidenti nucleari risarcissero i danni causati, diretti e indiretti, si costruirebbero nuove centrali?
– posso fidarmi di una tecnologia che non permette (a me, povero umano) di schiacciare un pulsante per arrestare un processo dannoso instauratosi (come essere in auto, accorgersi di un incidente e non avere i freni che funzionano)?
Datemi queste risposte ed affronteremo gli altri argomenti”.
Proviamo a dargli una riposta ragazzi, e sosteniamo il progetto Humus, anche economicamente, perché, confessa Massimo, “ il sito di progetto Humus chiude entro fine anno per mancanza di sostegno economico”. Un fisico nucleare di Kiev alla domanda “Cosa ne pensa della situazione dell’umanità oggi?” ha risposto “Che è come un uccello che fa le feci nel proprio nido…”! Riflettiamo e sosteniamo il progetto Humus!<

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