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12 ottobre 2005

Valentina Cipulli : l’autoritratto mentale

Dal 12 al 25 ottobre presso via Roma 260 – Salerno, sarà presentata la mostra dell’artista Valentina Capello.
Di seguito il pensiero della stessa arDal 12 al 25 ottobre presso via Roma 260 – Salerno, sarà presentata la mostra dell’artista Valentina Capello.
Di seguito il pensiero della stessa artista in relazione all’arte.
Esprimere attraverso la rappresentazione del corpo e/o del volto la propria psichicità o comunque un certo stato d’animo o un certo sentimento: è quello che ho definito l’autoritratto mentale, dove l’elemento fisionomico non ha grande rilievo.
Ciascuno di noi ha un preciso quanto automatico senso di sé e del proprio corpo. La consapevolezza di avere un corpo che ci appartiene ha strettamente a che fare con la nostra identità, perché noi, siamo prima di tutto il nostro corpo.
La coscienza di questa immagine del corpo si sviluppa per gradi nel bambino e dipende in particolare dal suo rapporto con lo specchio.
“Il sentire il nostro corpo non è una cosa scontata. E l’effetto dell’amore di sé. (…).
Costruiamo di continuo l’immagine del nostro corpo (…). Ci sono forze d’odio che disgregano l’immagine del nostro corpo e forze d’amore che lo tengono insieme”
Ci sono individui(come i bambini o i folli e in particolare gli artisti) che possiedono una formidabile capacità di straneamento che, riferita al volto, può costituire un grave problema in quanto, mancando la sicurezza sulla capacità di percezione del proprio volto o del proprio corpo, viene messo in discussione il senso stesso della propria identità.
La pittura si rivela spesso come una modalità privilegiata d’introspezione e di autoanalisi. E’ come se gli uomini, soprattutto in certe circostanze, avessero difficoltà a ritrovarsi, a riconoscersi, a sapere chi sono – con tutte le diverse pronunce e sfumature che riguardano individui differenti in contesti culturali e in epoche diverse.
Attraverso la rappresentazione del corpo e del volto, o di un certo stato d’animo, o un certo sentimento, è possibile replicare in modo attivo i meccanismi di formazione dell’Io, come se dubitando della mia stessa identità ci fosse bisogno di riprendere la gestione dell’intero processo della mia costituzione psichica.
Questa immagine interna corrisponde anche ad una sintesi ideale in cui confluiscono elementi diversi, non solo strettamente percettivi. Ci si possono trovare anche, per esempio, condizionamenti esterni, come l’identificazione, o meglio, il condizionamento con modelli esterni di riferimento sociologicamente connotati.
In questo caso il ritratto può corrispondere ad uno stereotipo, in cui l’immagine del singolo diviene denominatore comune in grado di generare una sorta di ritratto medio di un’intera generazione.
Pur conservando una sua concreta e quasi figurale fisicità, questa immagine interna, però, possiede una sorta di valenza supergoica: si traduce sì in un’immagine fisica, ma questa assorbe, conserva anche l’essenza dell’anima.
E’ un’immagine ideale nella misura in cui deve rappresentare all’esterno il mio mondo interno, sia nel senso che essa rappresenta i miei diversi stati d’animo, sia nel senso che è un corrispettivo fisionomico di ciò che sento e di ciò che sono a livello esistenziale – nel bene e nel male.
Questi ritratti mi aiutano a scavare all’interno di me stessa, a guardarmi dentro, a capire chi sono.
Mi consentono inoltre di sperimentare identità e maschere diverse, in modo da appagare il prometeico bisogno di vivere una pluralità di vite.
I miei lavori potrebbero essere definiti come un modo per dare un corpo, un’esistenza oggettiva all’estraneo che è in noi. Tanti ritratti quante sono le facce di questo estraneo.
Nell’idea e nel progetto stesso del ritratto e dell’autoritratto, nonché concretamente nell’atto della sua esecuzione, avviene uno sdoppiamento o raddoppiamento dell’Io, per quanto paradossale e acrobatico esso possa apparire.
Dipingendo lavoro proprio sull’idea della duplicazione, del confronto con l’altro che è dentro di noi. E’ come guardare me stessa e vedermi sdoppiata, osservarmi come altro. La scoperta dell’altro in sé può avere effetti perturbanti, ma può anche funzionare come uno sperimentato meccanismo di difesa, giacché permette di prendere le distanze da sé e dal proprio dolore osservandosi come dall’esterno. L’attività tecnica, lo scegliere l’inquadratura, i colori, lo sfondo comportano un dispendio psichico che sottrae energia al dolore e all’angoscia. Pennellata dopo pennellata, consentono di allontanarsi dall’oggetto e di elaborare e neutralizzare in parte quel medesimo sentimento di estraneità che è forse a sua volta all’origine dell’angoscia; soprattutto si può trarre anche vantaggio dal fatto di trasformare il proprio dolore in oggetto estetico.
Divenendo spettatrice di me stessa, avviene, sotto questo punto di vista, uno sdoppiamento tra l’Io e che vive e l’Io che dipinge…così che l’Io dipinto assomiglia, sì, all’Io che vive, ma solo nel senso che ne è un correlativo oggettivo, vale a dire un semplice equivalente formale dell’emozione del soggetto, in grado di risvegliare nel fruitore un’omologa costellazione psichica.
E’ difficile parlare dei propri dipinti ed in particolare dei meccanismi profondi che vi sono implicati. I problemi, i conflitti, le contraddizioni, le acrobazie psichiche, sono già dentro l’opera: l’opera assorbe, in silenzio, tutta quella complessità, quella densità che l’ha formata e l’ha costruita. L’opera ha assimilato tutto.
Valentina Cipullo

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