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24 novembre 2005

Devolution: Falso Federalismo

Il 17 novembre il Senato ha approvato in via definitiva la riforma costituzionale che riscrive gran parte del nostro ordinamento, introducendo anche lIl 17 novembre il Senato ha approvato in via definitiva la riforma costituzionale che riscrive gran parte del nostro ordinamento, introducendo anche la famosa Devolution.
Questa “creatura leghista”, in realtà, ha talmente canalizzato l’attenzione pubblica da celare la vera novità che la legge introduce: il premierato.
Altro che federalismo in salsa tedesca, qui si è dinanzi alla prospettiva di un centralismo da ventennio fascista. Tutti hanno invece gridato allo scandalo padano! Famiglia Cristiana è insorta, bocciando l’Ideale del Senatur. Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria, ha dichiarato di temere che la Devolution possa accrescere i problemi quotidiani degli imprenditori. Ma cos’è questa Devolution? Da pronunciarsi devoluscion! Nessuno lo sa ancora, nessuno sa quante decine di miliardi di euro ci costerà il sogno mutilato del “duro” Bossi.
Forse sarà la guerra di ogni municipio italiano con un altro, senza che lo Stato riduca il prelievo fiscale. Devoluzione. Progetto orribilmente ridotto rispetto all’idea originaria della Secessione, comportante la fondazione dell’ariana Padania.
Devoluzione dallo Stato alle regioni di competenze esclusive su assistenza ed organizzazione sanitaria, organizzazione scolastica e polizia locale.
Aria fritta. Riforma di cui nessuno sentiva la necessità. Già attualmente Sanità e Scuola sono materie di legislazione concorrente tra Stato e Regioni, mentre sulla polizia la competenza è dello Stato ad eccezione di quella amministrativa locale. Il progetto bossiano si è tradotto in sette pleonastiche righe, che non modificano nulla. Infatti, sarà sempre lo Stato ad emanare i principi fondamentali. Ammettiamo che si è così specificato che su taluni argomenti la competenza regionale sarà esclusiva, sarà pur sempre inutile azzuffarsi sulla ripartizione delle competenze quando al giorno d’oggi è inevitabile che tutti i livelli concorrano a determinare le scelte su ciascuna materia. A stabilire se un Paese è federalista è ben altro: è la presa di coscienza del diritto all’autogoverno da parte dei cittadini, è soprattutto la possibilità delle periferie di avere forza contrattuale rispetto al centro del potere statuale. Se si fosse voluto davvero un ordinamento federale si sarebbe dovuta istituire la Camera delle Regioni, prevedendo il passaggio attraverso di essa delle leggi finanziarie. La Devoluzione senza un vero federalismo fiscale è come un palazzo senza la colonna portante. Un bluff edilizio!
Nella riforma si è dato un contentino alla Lega Nord, etichettando come federalismo fiscale due concetti chiave: la sussidiarietà e il divieto di un incremento della pressione fiscale complessiva. Ma intanto si è mutata la composizione del Parlamento. E’ stato introdotto il Senato federale, che ha perso la valenza e il potere del suo predecessore. Si sono apportate modifiche all’iter delle leggi, alla Corte Costituzionale. E’ stato ridimensionato il potere di sfiducia del Parlamento nei confronti del premier e si è indebolito il ruolo del Presidente della Repubblica. Tutto a favore di un Capo del Governo sempre più forte nei suoi poteri, sempre meno controllabile nei suoi atti dalle istituzioni. Con questa serie di riforme, molteplici ma quasi sempre superficiali, dilettantesche e frammentarie, si è stravolto totalmente il principio cardine della nostra Carta costituzionale. Essa aveva voluto un Parlamento forte, in quanto espressione della volontà popolare, che fosse protetto dagli attacchi di velleità possibili di un singolo individuo.
Oggi siamo testimoni della nascita di un futuro regno di Uno Solo, sempre più inamovibile, sempre meno sindacabile.
Ora tocca al referendum confermativo di tale legge costituzionale, per la cui validità non sussiste un limite di quorum. La partita è ancora aperta. Come risponderà il popolo sovrano?

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