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7 novembre 2005

Progetto CONNECT: “Guerre e Traumi: quale ruolo per la psichiatria?”

All’esperienza diretta di eventi traumatici conseguenti a dolorosi conflitti bellici, con particolare riferimento a quanto accaduto nell’ex Jugosl

All’esperienza diretta di eventi traumatici conseguenti a dolorosi conflitti bellici, con particolare riferimento a quanto accaduto nell’ex Jugoslavia, e al controverso ruolo delle discipline psichiatriche in questo ambito il Dipartimento integrato di Neuroscienze, Testa-Collo e Riabilitazione dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia dedica un convegno internazionale dal titolo “Guerre e Traumi: quale ruolo per la psichiatria?”.

L’appuntamento è per mercoledì 9 novembre 2005 con inizio alle ore 9,00 all’Aula Magna del Centro Servizi Didattici della Facoltà di Medicina e Chirurgia (via del Pozzo 71) a Modena.

Sono ancora vive in tutti noi le immagini dei bombardamenti e dei massacri che hanno accompagnato per anni lo smembramento della confederazione jugoslava, esplosa nella rivalità e nella violenza dei gruppi etnici che lo componevano, per provare – pure a distanza di tempo – indifferenza. Ma, come quel terribile conflitto è stato vissuto dai protagonisti? Quali e quanto profonde lacerazioni ha lasciato il trauma della guerra per essere superato? A questi interrogativi e a come si sviluppa e si cura in una prospettiva sanitaria e sociale un forte trauma sta cercando di rispondere un’ampia e complessa ricerca multicentrica, denominata “CONNECT”, finanziata dall’Unione Europea, che vede impegnata su più fronti l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, insieme ad altre 8 università, alcune delle quali inserite nei contesti dove è maturata l’esperienza (Belgrado, Pristina, Rijeka, Sarajevo, Skopje e Zagabria) e altre in Paesi mete di arrivo dei profughi sottrattisi alla guerra (oltre Modena, Dresda e Londra).

“L’argomento – precisa il prof. Paolo Curci, ordinario di Psichiatria all’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, organizzatore del convegno -, oltre ad assumere carattere di rilievo nell’attualità, suscita interrogativi etici e di fondo ed impone un serrato confronto con molteplici stimoli speculativi, per esempio quelli riguardanti il recente costrutto diagnostico del Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD). Gli effetti dei traumi di guerra sono variabili da persona a persona, in funzione delle proprie caratteristiche di personalità, del contesto sociale e degli eventi subiti. In certi casi configurano un disturbo psichico, che può cronicizzare e richiedere anche l’apporto dello specialista psichiatra, oltre che interventi di supporto sociale”.

Obiettivo di questo incontro è facilitare, dunque, il dialogo attorno a tali complesse domande, offrendo strumenti di riflessione che attingono all’analisi critica del procedere della “scienza” in questo ambito, ad esperienze di ricerca collaborative, a testimonianze di operatori impegnati sul campo, nel contesto medico-psichiatrico, ma anche in quello della collaborazione sociale e politica.

“La ricerca – conferma il prof. Paolo Curci – è partita e abbiamo già raccolto più di 100 interviste di profughi dell’ ex Jugoslavia, che vivono in Emilia Romagna. Il convegno sarà l’occasione per sensibilizzare gli operatori della salute mentale (psichiatri, psicologi, infermieri, operatori del
volontariato) sull’argomento e si svolge a seguito di un incontro del gruppo di ricerca (35 ricercatori dei paesi dell’ex Jugoslavia e di Germania e Inghilterra), ospitato dal nostro Ateneo, in cui si confronteranno i primi dati”.

I lavori si articoleranno in tre sessioni, aperte dall’introduzione del prof. Paolo Curci (Univ. di Modena e Reggio Emilia) e rispettivamente dedicate:

– la prima (ore 9,15 – 10,45), presieduta dal dott. Giovanni Neri e dal prof. Marco Rigatelli, alla figura diagnostica del Disturbo Post-Traumatico da Stress “La diagnosi psichiatrica di Disturbo Post-Traumatico da Stress è utile per affrontare il rapporto tra guerre e disagio psichico?”, dove saranno messe a confronto due visioni contrapposte (dott. Derek Summerfield e prof. Antonio Andreoli), circa l’utilità interpretativa, operativa e di ricerca della diagnosi suddetta;

– la seconda (ore 11,00 – 13,30) alla ricerca multicentrica europea “CONNECT” sugli esiti psichici del conflitto nei Balcani “Il ruolo della ricerca” e vedrà alternarsi i partecipanti al progetto (prof. Dean Ajdukovic, dott. Mariano Bassi, prof. Stefan Priebe, dott. Niccolò Colombini, dott. ssa Martina Flego, prof. Tanja Franciskovic, dott. Damir Ljubotina, dott. Paolo Capurso);

– la terza (ore 14,45), preceduta da un’introduzione del dott. Gian Maria Galeazzi, si svilupperà in due momenti, vivendo attraverso una tavola rotonda “Esperienze e testimonianze” che presenta le attività di intervento di organizzazioni locali, istituzionali (Centro Stranieri) e del volontariato, a favore delle popolazioni dell’ ex Jugoslavia e in altri territori dilaniati da decenni di conflitti, come la Palestina (dott. ssa Bettina Barbieri, dott. Achille Lodovisi, dott. Gerardo Bisaccia, prof. ssa Giuseppina Caselli, dott. ssa Viveca Hazboun, dott. ssa Barbara Pezzotta, dott. ssa Maria Chiara Risoldi) e la presentazione da parte del Direttore della “Rivista Sperimentale di Freniatria”, dott. Luigi Tagliabue, del numero monografico del 2004 “Trauma e Guerre”, che si è occupato di questi temi.

Progetto “CONNECT”

Il progetto si propone di valutare i componenti, l’organizzazione, l’utilizzo, i costi e gli esiti degli interventi sanitari e sociali per le persone affette da stress post-traumatico (PSTD) conseguente alla guerra nei Balcani ed alle migrazioni ad essa seguite. E’ condotto in sette Paesi: Bosnia-Erzegovina, Croazia, Repubblica di Macedonia, Serbia e Montenegro, Germania, Italia e Regno, sviluppando un modello predittivo dell’utilizzo dei servizi e degli esiti a lungo termine nelle persone esposte ad eventi potenzialmente traumatici, identificando i fattori che possano influenzare i cambiamenti nelle persone con stress post-traumatico persistente e stimando se, e se così fosse, in quale grado, i risultati ottenuti tra le popolazioni rifugiate in altre nazioni possano essere estesi ai risultati ottenuti nelle popolazioni rimaste nelle aree del conflitto e vice versa.

Per raggiungere questi obiettivi, la raccolta dei dati avverrà i due momenti:

A. Sarà condotta un’indagine in ogni paese per identificare e studiare le persone che hanno sperimentato eventi potenzialmente traumatici correlati alla guerra nei Balcani.
B. In seguito alla prima indagine (oppure attraverso il coinvolgimento di centri di cura e trattamento, se e come sarà necessario), saranno identificate le persone con sintomi persistenti di stress post-traumatico, le quali saranno nuovamente intervistate a un follow-up di un anno.

L’indagine

Un campione randomizzato di persone che sono state esposte ad eventi potenzialmente traumatici nei Balcani sarà studiato in ogni Paese. La dimensione dei campioni varierà da un minimo di 640 persone per ogni Paese dei Balcani partecipanti ad un minimo di 250 persone in ognuno degli altri Paesi. In ogni paese balcanico, le procedure di campionamento seguiranno il metodo del “muoversi porta a porta a caso” (random walk), cioè i ricercatori andranno nei territori dove risiedono popolazioni che sono state soggette alla guerra (od a conflitti armati) ed intervisteranno le persone, avvicinando selezioni casuali di nuclei familiari e di persone all’interno dei nuclei familiari.

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