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13 dicembre 2005

Bocconi: la musica in Italia vale 2,3 miliardi

Il sistema musicale italiano ha fatturato, lo scorso anno, 2,284 miliardi di euro, con una crescita del 4,35% rispetto al 2003. Il sistema nel suo comIl sistema musicale italiano ha fatturato, lo scorso anno, 2,284 miliardi di euro, con una crescita del 4,35% rispetto al 2003. Il sistema nel suo complesso non è perciò in crisi, anche se il saldo finale è il risultato di movimenti disomogenei dei diversi settori, con il più esposto, la discografia, in controtendenza. I dati di sell-in evidenziano vendite di musica su supporto fisico per 527,1 milioni di euro, con un calo del 5,57%.
Lo rileva il Rapporto 2005 Economia della musica italiana del Centro Ask (Art & science for knowledge) dell’Università Bocconi, realizzato con la collaborazione di Dismamusica (Associazione distribuzione industria strumenti musicali e artigianato), Fem (Federazione editori musicali) e Scf (Società consortile fonografici).
Il pregio della ricerca è quello di ricostruire il sistema di attori che caratterizza il mercato musicale in Italia e di valutare l’articolazione dei valori economici generati. Il quadro globale, molto più ricco di quello comunemente considerato quando si parla di industria musicale, comprende perciò, oltre alla discografia, la produzione e distribuzione di strumenti musicali, l’istruzione e la formazione alla musica per professionisti e amatori, il ballo e gli spettacoli dal vivo, la distribuzione digitale.
“La tendenza evidenziata dalla rilevazione sui consumi di strumenti musicali”, precisa Antonio Monzino jr., presidente Dismamusica, “dimostra che, a fronte di una leggerissima contrazione in termini di fatturato, dovuta alla riduzione dei prezzi, si è registrato un sensibile aumento nel numero di pezzi. Un segnale positivo che sottolinea la voglia di ‘fare musica’ del consumatore italiano amatore e professionista”.
La distribuzione digitale, con la progressiva sostituzione dei siti peer-to-peer con servizi gestiti o approvati dalle case discografiche, passando dagli 89,6 milioni del 2003 ai 141 del 2005 (+57,3%), controbilancia in parte il calo di vendita dei supporti fisici e, sommato alla buona salute degli eventi dal vivo, contribuisce alla crescita del consumo finale di musica a 1,046 miliardi di euro (+13,7%).
“La combinazione tra la crisi del settore discografico e la significativa crescita della fruizione di musica in altre forme suggerisce un ripensamento radicale dei modelli di business su cui si è retto fino a oggi l’intero settore”, afferma Andrea Ordanini, che ha coordinato la ricerca per il Centro Ask.
“Come ogni momento di transizione”, dice Paolo Corsi, presidente di Fem, “anche questo presenta difficoltà e opportunità. L’industria dovrà collaborare per gestire la transizione a nuove forme di consumo, ma sono certo che i supporti tradizionali non sono destinati a scomparire”.
L’analisi approfondisce il ruolo delle società di raccolta dei diritti, che generano circa un quinto del fatturato del settore, determinano la redistribuzione di importanti flussi di valore e stanno allargando il proprio raggio d’azione, attraverso l’estensione della tutela dei diritti a tutte le situazioni non ancora regolamentate.
“Il 2005 conferma il trend positivo nella raccolta di diritti discografici, registrando un incremento di oltre il 20% in riferimento ai diritti fatturati, un dato che testimonia la crescente sensibilità soprattutto dei pubblici esercizi in riferimento all’utilizzo legale di musica registrata in pubblico”, commenta Gianluigi Chiodaroli, presidente di Scf.
Una comparazione internazionale, focalizzata sul settore discografico, conferma la relativa marginalità del mercato italiano, ottavo al mondo ma con valori quasi sei volte inferiori a quello britannico (primo in Europa), otto volte più piccolo di quello giapponese e 1/20 di quello americano. L’Italia registra un consumo medio di soli 0,7 album per abitante, contro i 4,3 del Regno Unito o i 2,7 degli Stati Uniti.

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