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12 dicembre 2005

Giappone: quando il lavoro uccide

Crisi, crisi, crisi. Quante volte, nell’arco di una giornata, sentiamo o pronunciamo questa parola? La pronunciamo noi gli italiani, ma anche i TedescCrisi, crisi, crisi. Quante volte, nell’arco di una giornata, sentiamo o pronunciamo questa parola? La pronunciamo noi gli italiani, ma anche i Tedeschi, i Francesi e tutti i cittadini appartenenti ai paesi più industrializzati della terra. Ad essere in crisi è, infatti, l’economia mondiale, eccezion fatta per le giovani potenze economiche asiatiche, in costante crescita, quali sono la Cina, l’India e la Corea. La crisi economica non ha risparmiato, invece, il Giappone che, a livello governativo, si è visto costretto a varare una serie di provvedimenti volti al sacrificio, operando tagli alla spesa pubblica e al pubblico impiego, ed introducendo nuove forme di flessibilità lavorativa non supportate però da un’adeguata normativa a tutela del lavoratore, che hanno legittimato, di fatto, gli imprenditori a mettere sotto pressione i propri dipendenti attraverso l’imposizione di ritmi di lavoro durissimi. In questo ambiente, ha trovato terreno fertile una nuova forma di “stress acuto”, chiamata “Karoshi”, che colpisce, trasversalmente e a prescindere dall’estrazione sociale, uomini e donne in età lavorativa. Il termine significa “morte improvvisa da sovraffaticamento” e, nel paese del Sol Levante, questa patologia colpisce sempre più spesso il gentil sesso, in particolare ragazze all’inizio della loro carriera lavorativa. Negli ultimi anni la donna ha visto ampliarsi l’orizzonte delle opportunità, sia in ambito lavorativo che in ambito personale, e ha rivolto l’attenzione verso nuovi obiettivi, come quello di far carriera, operando in tal modo, scelte professionali molto più impegnative e gratificanti rispetto ad una professione “temporanea”, come semplice viatico al matrimonio. Donne desiderose di vivere una vita piena e consapevole da una parte, imprenditori in difficoltà e, sostanzialmente privi di vincoli legislativi, dall’altra, hanno generato questa nuova patologia sociale che è venuta a galla con il susseguirsi di casi riguardanti improvvisi suicidi di persone, sottoposte ad orari di lavoro massacranti e spesso mal retribuiti. Il lavoratore giapponese attuale è frequentemente spinto al massimo, costretto alla competizione più feroce tra colleghi, privato di una propria sfera personale, di forme di tutela adeguate e di sostegno sociale, e si vede costretto a vivere una “vita obbligata”, fatta solo di “casa e lavoro”, “lavoro e casa”, senza soluzione di continuità. Dagli studi che sono stati avviati e dai diari personali di alcune giovani vittime, emerge drammaticamente il malessere e le storture della società moderna, sempre più cinica e sorda ai bisogni della gente. Si coglie l’assenza di umanità, la ricerca spasmodica ed isterica del profitto economico ad ogni costo, il degrado sociale dilagante, la solitudine e l’emarginazione alle quali sono costretti coloro i quali si ribellano a questo sistema di non-vita. “Sono esausto, depresso e non riesco a prendere sonno. Vorrei consultare un esperto”, diceva un dipendente al suo dirigente, che così replicava: “Sei immaturo e senza spina dorsale. Pensa in positivo e risolverai tutto!”. Parlo al passato perché queste sono le parole impresse nel testamento di un suicida, di una persona che è morta per il lavoro e non di vecchiaia come utopisticamente sognano tutti: a questo punto, beato chi ci arriva.

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