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9 dicembre 2005

La tisana in …ufficio

Da quando ho acquistato il bollitore elettrico, l’ufficio del reporting è diventato un “refugium peccatorum”, una vera e propria oasi, pronta ad a

Da quando ho acquistato il bollitore elettrico, l’ufficio del reporting è diventato un “refugium peccatorum”, una vera e propria oasi, pronta ad accogliere, quasi ogni pomeriggio, alle 17,00 o giù di lì, quando le pratiche lavorative sono state per lo più gestite, il fior fiore degli impiegati dell’azienda per cui lavoro.
Federico, il mio compagno di stanza e vicino di scrivania, è stato il primo ad apprezzare questa mia ultima trovata, aiutandomi a testare la funzionalità dell’attrezzo acquistato, rallegrandosi con me per l’ ottima riuscita della prima tisana.
Massimo (l’altro mio collega) ci avrebbe raggiunto soltanto qualche giorno dopo.
Il processo di “assimilazione” nei confronti degli impiegati delle altre stanze, non è stato, invece, immediato; i primi giorni, ricordo facce abbastanza stupite, intorno al mio piccolo elettrodomestico, e risatine di scherno davanti alla nostra bella tazza fumante di tisana alla cannella e garofano.
Mi ritrovavo, prima di lasciare l’ufficio, decisamente dispiaciuto, a gettare l’ acqua avanzata nel bollitore.
Poi, un pomeriggio, è entrata Annamaria, per cercare alcune pratiche, che qualcuno doveva aver archiviato in un armadio nella nostra stanzetta, proprio mentre io e Federico stavamo gustandoci la nostra calda e aromatica bevanda.
Incuriosita come non mai, la simpatica collega non ha saputo resistere al nostro invito e, rimediato un bicchiere di plastica dalla macchinetta distributrice dei caffé, mi ha permesso di versarle un po’ di acqua ancora ben calda del bollitore, rimanendo in nostra compagnia, assaporando un po’ della nostra stessa bevanda.
Prima di salutare, ci ha chiesto come avrebbe potuto contribuire a questo “rito”, decisamente originale per una struttura come la nostra, ed il giorno dopo si è presentata all’ appuntamento pomeridiano attrezzata di tutto il necessario: una bella tazza di porcellana con tanto di copri tazza salva aroma, un cucchiaino d’ argento, una confezione di English Breakfast Tea ed un vasetto di miele.
Naturalmente è bastato questo ad avvicinare altri colleghi, che per un motivo o per un altro, erano rimasti per giorni a guardarci dalla porta, declinando il mio invito ad aggiungersi al nostro tavolo, per trascorrere 10 minuti di sano relax.
E’ arrivata Renata con il thè rosso (davvero particolare) ed il “Prince of Walles” della Twinings, Maria Gabriella ha portato una tisana ai frutti misti, Pino ha portato i bicchieri di plastica, per chi ancora si scorda di portarsi la propria tazza; ed altri ancora arrivano ogni giorno muniti di zucchero in bustine, thè aromatici ed altre prelibatezze che non sto ad elencarvi.
Si è insomma venuta a creare una bellissima competizione dove, per una volta, vince chi è più creativo (oltre che generoso), e dove non contano livelli o raccomandazioni: siamo tutti uguali, davanti ad una tazza di thè, dal responsabile di settore all’impiegato interinale.
Inutile sottolineare che la maggior parte ha purtroppo preferito (e continua a preferire) astenersi da questi inusuali convivi; d’altronde immagino che per molti sia veramente difficile, se non addirittura impossibile, associare all’idea dell’ufficio qualche cosa di gradevole: sono due concetti che, per tradizione, non possono essere considerati, se non agli antipodi.
Invece, per come la vedo io, se fosse imposto un momento di “tregua” dagli impegni lavorativi, durante il quale tutti ritornino ad essere uomini e donne, prima ancora che impiegati ed impiegate, e amici, prima ancora che colleghi, ne guadagnerebbero per prime le aziende; l’ufficio acquisterebbe quel lato umano, che spesso manca completamente, e noi tutti proveremmo un po’ meno quella sensazione di disagio (quando non addirittura fastidio vero e proprio) che ci avvolge ogni mattina, alla timbratura del cartellino.

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