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24 dicembre 2005

Rapture of the Deep… Purple!!!

Deep Purple

Rapture of the Deep: sono tornati i padri dell’hard rock E com’era normale aspettarsi, sono tornati in grande stile

Rapture Deep Purple

Rapture Deep Purple

Parlo dei Deep Purple e del loro nuovo, meravigliSono tornati i padri dell’hard rock E com’era normale aspettarsi, sono tornati in grande stile.

Parlo dei Deep Purple e del loro nuovo, meraviglioso album, “Rapture of the Deep”, uscito poche settimane fa, per la Edel Records, filiale Italiana del gruppo tedesco Edel Music AG.

Non è certo questa la sede più adatta per spiegare nel dettaglio chi siano i Deep Purple, sempre che ancora esista qualcuno che non ne abbia mai sentito parlare, anche solo per caso.

Basti pensare che sui molteplici cambi di formazione (i cosiddetti “Mark”), sulle acerrime quanto incomprensibili litigate tra Ian Gillan e Ritchie Blackmore, ma soprattutto sugli epici riff di chitarra o sugli interminabili assoli di batteria, sono stati scritti, nel corso degli anni, diversi libri.

Eh già, perchè, ammettiamolo pure, tutti quelli (me compreso) che hanno provato ad imbracciare una chitarra elettrica, non possono non aver suonato, almeno una volta, la successione di accordi più famosa di tutta la storia del Rock; il trascinantissimo tappeto sonoro, su cui la voce arrabbiata di Gillan raccontava dell’incendio successo al Casino di Montreux, sul lago di Ginevra, durante le session di”Machine Head”, nel freddo inverno del 1971: la leggendaria “Smoke on the Water”.

A tal proposito ci sarebbe da ricordare un aneddoto (ripreso anche in un film abbastanza recente), che si tramanda ormai da qualche decennio, secondo il quale in diversi negozi di strumenti musicali degli States è facile imbattersi in cartelli del tipo “Potete provare tutte le chitarre, ma è vietato suonare ‘Smoke on the Water’ e ‘Stairway to Heaven’!!!”(la seconda è un altro classico, stavolta però dei Led Zeppelin).

Rapture of the Deep Purple, l’unico gruppo di rock “duro” sopravvissuto alle mode

I Deep Purple sono l’unico gruppo di rock “duro”, ad essere sopravvissuto alle mode: hanno saputo interpretare la stagione del progressive dei ’60, sono stati tra i principali baluardi dell’hard rock inglese anni ’70; hanno retto l’onda d’urto del punk e, seppure dopo qualche anno di “riflessione”, sono riusciti a divenire i capi fila del fenomeno heavy metal degli anni ’80 e tra i padri ispiratori di quel rock contemporaneo, che sembra privilegiare nuovamente lo studio approfondito dello strumento (vedi ad esempio il combo multietnico dei Dream Theater).

Il miracolo della longevità di questo “marchio di fabbrica”, è forse da attribuire al fatto che quando parliamo dei Deep Purple, in realtà, non parliamo semplicemente di un importante complesso musicale, come potrebbero essere i Rolling Stones o esser stati (ahimè…) i Doors.

Qualcuno ha scritto, con piena ragione, che i Deep Purple sono un ideale, l’ideale del gruppo perfetto; un vessillo sotto il quale si continua a raccogliere una serie di strumentisti, tutti accomunati (salvo rarissime eccezioni) da un invidiabile estro musicale ed una competenza che rasenta il virtuosismo; senza “primedonne”, nè leaders, con cui si possa mai identificare il nome del gruppo, a spese degli altri componenti.

I Deep Purple hanno rappresentato, per quasi 40 anni, il simbolo di uno spirito musicale che si è saputo rinnovare, interpretato ogni volta da artisti dalla differente quanto profonda sensibilità, che hanno partecipato al “mito”, chi per più tempo (Ian Paice su tutti: l’unico “sopravvissuto” del Mark 1), chi per meno (penso allo straordinario talento di Joe Satriani), chi a più riprese (ad esempio, Ian Gillan), chi soltanto di passaggio (lo sfortunato Tommy Bolin), senza per questo riuscire ad impersonificarlo mai del tutto.

E’ infatti da questa incredibile molteplicità di animi, differenti ma concordi, che sono potuti scaturire album assolutamente imperdibili, tanto diversi nella forma, quanto analoghi nella sostanza, come “Shades of Deep Purple” (1968) o “In Rock” (1970), come “Burn” (1974) o “Perfect Strangers” (1984).
E così fino ai giorni nostri, con “Rapture of the Deep”, album che merita senz’altro maggiori attenzioni di “Bananas” (2003) o “Abandon” (1998), se non altro per uno spirito fresco e vitale, che farebbe piacere riscontrare in qualcuno almeno di quei noiosi gruppetti di adolescenti, coperti di piercing, che monopolizzano gli spazi concessi da MTV, dedicati al rock.

Senz’altro molti dei meriti dell’ottima qualità della maggior parte delle composizioni, presenti nel suddetto lavoro dell’ultima incarnazione del “mostro sacro” DP, sono da attribuire agli “ultimi arrivati” in casa Purple, ossia Steve Morse (ex Dixie Dregs), chitarrista funambolico ed appassionato pilota aeronautico, e Don Airey, tastierista di gran rilievo, già componente di bands “parallele” quali Rainbow e Whitesnake.

“Rapture of the Deep” si compone di 11 tracce (+ una traccia video, per chi acquista la special edition, in custodia di metallo), tutte originali e godibilissime.

“Money talks” apre le danze, e dalla lunga intro è già chiaro che l’intento è quello di tornare a livelli elevati: personalmente il pensiero è volato a “Perfect Strangers”, se mi si concede il paragone, soprattutto per la cadenza quadrata e massiccia, che accompagna il motivo arabeggiante, un po’ “alla Zeppelin”.

“Girls like that” è divertente quanto scorrevole; ricorda i Van Halen di “Diamond” Dave …e ditemi se, in alcune parti, Gillan non sembra fare il verso a Steven Tyler degli Aerosmith!

La title track, scelta anche come sottofondo per la breve traccia video, è senza ombra di dubbio uno dei pezzi cardine dell’intero disco: in alcuni passaggi sembra di sentire il riff di “Innuendo”; ma più che un plagio, parlerei di una semplice ispirazione.

“Kiss tomorrow goodbye”, da ascoltare a volume sostenuto, ci riporta ai tempi di “Fireball”, anche se naturalmente in tono minore: gli anni si fanno sentire e la voce di Gillan non è più da tempo purtroppo quell’ incredibile miracolo di estensione e profondità interpretativa che era (non per altro, fu scelto per dare la voce al Cristo del “Jesus Christ Superstar”…).

Un’altra pietra miliare, il capolavoro assoluto, a mio avviso, è la ballata “Clearly quite absurd”, in cui Paice rallenta fino quasi ad accarezzare le sue pelli e le tastiere di Airey ci avvolgono con il loro melanconico abbraccio; l’atmosfera creata dai cinque ci porta lontano, indietro nel tempo, quando ancora ci capitava di ascoltare un brano alla radio e di innamorarcene al primo ascolto, senza riserve.
Io, quella canzone, non riesco proprio a togliermela dalla testa!!!

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