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21 dicembre 2005

Riforma coi fiocchi

Con 160 sì, 119 no e 6 astenuti, la scorsa settimana c’e stato il varo, in Senato, della non poco contestata riforma elettorale in senso proporzionaleCon 160 sì, 119 no e 6 astenuti, la scorsa settimana c’e stato il varo, in Senato, della non poco contestata riforma elettorale in senso proporzionale, in attesa della firma del Presidente della Repubblica. E pensare che il 18 aprile 1993, in seguito ad una consultazione referendaria promossa da Mario Segni, il popolo sovrano decise di promuovere una tanto attesa alternanza politica, attraverso l’odiato-amato “Matterellum”. Il sistema elettorale maggioritario finora in vigore, che prese il nome dal deputato Sergio Mattarella, il suo ideatore, prevedeva che l’assegnazione dei 630 seggi della Camera avvenisse per il 75% con il maggioritario e per il 25% con il proporzionale. Nel corso degli anni si cercò in tutti i modi di emendare positivamente un sistema elettorale che, anche a causa della quota proporzionale, contribuì all’aumento vertiginoso dei partitini politici, e del loro inevitabile potere di ricatto all’interno delle coalizioni: basti pensare all’ennesimo referendum del 1999, promosso allo scopo di abolire definitivamente la quota proporzionale del 25%. Vinsero i sì, ma per 150000 voti il quorum non fu raggiunto: niente di fatto, ancora una volta! E così, mentre ci sembrava di essere approdati in una fantomatica Seconda Repubblica, dopo il quarantennale regime democristiano, oramai più che abituati ad una sana alternanza di governo (1994, centro-destra; 1996, centro-sinistra; 2001, ancora centro-destra), eccoci di nuovo ripiombati in un passato “sui generis”. Dalla padella alla brace, o meglio dal proporzionale puro della Prima Repubblica ad un proporzionale annacquato con premio di maggioranza. “Il proporzionale che funziona deve essere pulito, come è, per esempio, in Germania e Spagna…lì lo sbarramento ( in Germania è del 5%) funziona e blocca efficacemente la frammentazione che affligge l’Italia, proprio perché lì non c’è premio di maggioranza, e quindi perché i singoli partiti affrontano l’elezione da soli, ciascuno per suo conto”, ha ribadito Giovanni Sartori sul Corriere della Sera; “l’obiettivo di qualsiasi riforma elettorale sensata deve essere di ammazzare i partitini-ricatto…e se così non è, nessuna riforma elettorale ha senso”. Ricapitolando, dunque: con il nuovo proporzionale ogni partito potrà presentarsi singolarmente o come parte di una coalizione; il premio di maggioranza garantirà il raggiungimento di 340 deputati per la coalizione che ottiene più voti, qualora non li avesse già raggiunti; i candidati saranno presentati in liste bloccate predefinite dai partiti (gli elettori non potranno esprimere alcuna preferenza); saranno, infine, previste 3 soglie di sbarramento per la Camera e 3 per il Senato. In riferimento alla Camera, per esempio, avremo una soglia del 10% per le coalizioni, del 4% per i partiti non coalizzati e del 2% per i partiti che fanno parte di una coalizione. I voti dei partiti coalizzati che non raggiungono il 2% vengono conteggiati, ma per il riparto dei seggi vengono considerati soltanto quelli presi dal miglior perdente al di sotto del 2%. “Se l’Unione ottenesse il 52% del voto”, ipotizza Sartori in riferimento ai più recenti sondaggi, “ e ne perdesse, grazie ai suoi partitini eliminati dallo sbarramento, un 10%, allora l’Unione scenderebbe al 42% e perciò il Polo vincerebbe l’elezione e il premio di maggioranza con il 44% dei consensi”. Insomma, un regalo coi fiocchi: anche questo prevedeva il contratto con gli italiani?

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