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5 dicembre 2005

Sempre più soli sulla scelta del Master

I master universitari sono vittime del loro repentino successo. Cresciuti in questi anni a ritmi forsennati non sono riusciti al contempo a sviluppa
I master universitari sono vittime del loro repentino successo. Cresciuti in questi anni a ritmi forsennati non sono riusciti al contempo a sviluppare e offrire un criterio di valutazione. Uno strumento per permettere ai giovani di scegliere con consapevolezza.
I corsi post-laurea universitari raccolgono dalle iscrizioni dei partecipanti finanziamenti pari a 101 milioni di euro mentre quelli privati arrivano a 87 milioni di euro. Secondo i dati Almalaurea, ad un anno dalla conclusione degli studi la partecipazione ai master riguarda quasi il 17 per cento dei laureati. Purtroppo però per molte persone, dice l’ultimo Rapporto Censis, l’accesso a questi corsi rappresenta un investimento personale in formazione realizzato a prescindere dalla loro efficacia in termini di sbocchi occupazionali. Necessario quindi introdurre criteri di qualità. Per distinguere quello che vale da quello che vale meno.
A più riprese hanno chiesto un bollino di qualità Andrea Cammelli, presidente del consorzio interuniversitario Almalaurea, il rettore della Statale di Milano Enrico Decleva e Pietro Tosi, presidente della Crui. Ma senza alcun risultato. Almeno fino ad oggi. Nonostante le promesse da parte del ministero Moratti. Ma chi deve scegliere non può aspettare ancora. Da qui a fine marzo scadono infatti i termini della gran parte dei master universitari e ciascuno viene lasciato da solo a trovare il modo di orientarsi tra gli oltre mille e cinquecento master universitari che hanno visto nel 2004 un numero di iscritti quasi raddoppiato rispetto a quelli dell’anno precedente.
Secondo l’unica indagine sull’offerta formativa post-laurea delle università, realizzata dal Corep (Consorzio per la ricerca e l’educazione permanente), più della metà dei corsi sembra rimanere ai margini della realtà economica circostante. Ad ogni conto numerosi sono i master che hanno un legame stretto con il sistema economico e le aziende e quelli che hanno buoni risultati in termini di sbocchi occupazionali. I profili professionali. L’offerta formativa è molto ampia. Architetti di giardini, biotecnologi in medicina molecolare o professionisti della mobilità sostenibile. Sono solo alcune delle professioni. Ma in termini generali, la metà degli organizzatori dei corsi punta sugli specialisti in scienze umane, sociali e gestionali, mentre il 18 per cento si indirizza a ingegneri e architetti.
Indicato da molti come la vera e propria cartina di tornasole del legame con il mondo delle aziende, lo stage sembra essere molto diffuso. E’, secondo i dati Corep, lo strumento didattico più utilizzato: il 70% degli studenti dei master degli atenei italiani ha l’occasione di provare l’esperienza concreta di un lavoro in azienda. Altrettanto importante è lo studio di casi (utilizzato nel 57%) mentre l’apprendimento a distanza è ancora poco diffuso (presente solo nel 7% dei casi).
Altra variabile cruciale per comprendere l’efficacia di un corso, è la partecipazione all’attività didattica da parte di dirigenti e tecnici di aziende. Quanto più elevata, più probabile sarà l’interesse delle imprese per quei diplomati che usciranno dalle aule dei master. Secondo i dati disponibili, in quasi la metà dei corsi il 25% della formazione viene svolto da figure extra-universitarie.
Ma cosa succede una volta terminato il corso? Se andiamo a sentire le dichiarazioni dei direttori dei master raccolte dal Corep, le prospettive sono buone. Poco meno della metà dei responsabili dei corsi dice che i tre quarti dei diplomati svolge un’attività coerente con la formazione acquisita mentre solo il 25% degli allievi esercita un altro tipo di attività o non ha un’occupazione. Più avvantaggiati sembrano essere i diplomati di master di ambito tecnico scientifico (l’86,4 per cento svolge un’attività coerente con l’area di studio) e quelli di ambito socio-economico (il 79,7%). Ridotta la correlazione per gli studenti di master umanistici (il 44%).
I risultati in termini di sbocchi occupazionali però potrebbero essere migliori. I rapporti, in particolare al momento dell’ideazione del corso, tra università e il tessuto economico andrebbero intensificati. Oggi solo un terzo dei master viene preceduto da un’analisi dei fabbisogni occupazionali della figura che andrà a formare. E se si fa un confronto tra le figure formate dai master e il tasso di occupazione di tali professioni sul mercato ci si accorge che per alcune figure c’è un eccesso di offerta mentre altre professioni sono meno coperte (specialisti ingegneria, scienze della vita, scienze giuridiche e discipline artistiche). Se si pensa alla busta paga il master sembra essere efficace. Chi trova impiego dopo aver frequentato un master in un ateneo italiano, secondo i dati di AlmaLaurea, ha una paga mensile che supera di 93 euro netti la retribuzione di chi invece non ha partecipato ad alcun master.
Quanto alle spese, va detto che il master è un investimento formativo non sempre alla portata di tutti. Il prezzo di iscrizione varia in maniera significativa a seconda della città in cui si svolge e dell’area disciplinare. I master universitari che costano di più, dati Corep, sono quelli che vengono realizzati nelle città del nord o del centro Italia dove il costo medio arriva fino a 2 mila e ottocento euro. Nel Mezzogiorno la spesa media scende a 1.300 euro. Quanto all’ambito disciplinare i più costosi risultano essere quelli socio-economici (3 mila e 600 euro). I master degli istituti privati, secondo i dati Censis, raggiungono un prezzo medio di 7 mila e 500 euro.

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