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16 febbraio 2006

Epopea Crocifisso

Si torna a parlare di crocifisso nelle aule. Innocuo rassicurante disturbante. Se ne sta lì, appeso contro lo sfondo bianco dell’intonaco, plastic

Si torna a parlare di crocifisso nelle aule. Innocuo rassicurante disturbante. Se ne sta lì, appeso contro lo sfondo bianco dell’intonaco, plastico e nitido. Un’immagine che ognuno di noi, volontà a parte, tiene raccolta fra i ricordi delle scuole. Come appiglio, talvolta, per lasciare lo sguardo vagare, oltre il viso dell’insegnante, su un punto, qualcosa che offra una via d’uscita. Me lo ricordo così, stranamente vivido. Stranamente familiare. Nonostante il mio presente possa essere laico, senza dio. E ci sono affezionata, è parte della mia storia. Il 15 febbraio scorso, il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso di Soile Lauti, signora finlandese con figli in una scuola di Abano Terme, perché fosse rimosso il crocifisso dall’aula. Disturbante, appunto. Lesivo di diritti, muto istigatore di scomode psicologie, discriminante. Molto ne abbiamo sentito a riguardo. Negli anni della necessità di un dialogo interreligioso, della convivenza tra culture ed etnie composite, della paura di perdere l’identità nell’inesorabile globalizzazione che annulla le distanze, che inghiotte tutto. Quando una religione lontana, difficile, diversa ha chiesto e voluto che un simbolo ci fosse tolto in nome del rispetto. Quando una religione come l’Islam è salita alla ribalta delle cronache e si è fatta conoscere, per imporsi e per farsi rispettare. Del resto, non importa chi sia a chiederlo: conta quanto quello di cui ci viene privati sia identificativo, quanto riguardi, prima di tutto, le nostre radici come popolo. Quanto la globalizzazione e il fondersi di razze e storie diverse abbiano la forza o il diritto di superare la storia e le singole storie individuali di un Paese. In un momento in cui abbiamo paura di perdere l’identità e abbiamo bisogno di aggrapparci con le unghie a qualcosa che ci dica chi siamo. Vale per ogni ambito ma la fede è sicuramente il più delicato e questo ripropone il solito dilemma sacro-laico. Dilemma che fu già di papi e imperatori, sanguinoso, dottrinale, ideologico, popolare. Dilemma mai superato.
Il 15 febbraio il Consiglio di Stato ha deciso che il crocifisso è un “simbolo”, non un “oggetto di culto”ed è“idoneo a esprimere l’elevato fondamento dei valori civili”. Non in disaccordo, quindi, con quei principi di tolleranza e rispetto che sono presupposto di uno stato democratico. E, allora, ci sarebbe da chiedersi quanto sia effettivamente lesivo di qualsivoglia dignità, in quali termini possa essere realmente offensivo e discriminante. E quanto, invece, sarebbe lesivo e discriminante, toglierlo a chi lo identifica con la propria appartenenza a un popolo, laico o religioso che sia, nelle strade e nelle aule in cui è cresciuto, in cui sa essere cresciuti i propri nonni e in cui vedrà crescere i propri figli. E viene da chiedersi qual è il confine, qual è il limite della rinuncia a sé per l’altro. Quanto l’altrosia consapevole che il rispetto deve essere reciproco. E quanto l’altro dovrebbe essere disposto a fare in nome dell’integrazione, fino a quale punto abbia il diritto di chiedere l’annullamento di oggetti e modi che fanno un’identità. E il crocifisso è sicuramente uno di questi.

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