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20 febbraio 2006

Il senso dell’Italia

Dai discorsi comuni che imbastiamo in un salotto o su un treno, per strada o in un convegno, si evince un malcontento generale per una sorta di perditDai discorsi comuni che imbastiamo in un salotto o su un treno, per strada o in un convegno, si evince un malcontento generale per una sorta di perdita di valori civili. Con rammarico, quando entriamo in contatto con altre realtà europee, o per motivi di studio, o di lavoro, o per puro piacere del viaggiare, emergono notevoli disparità nell’organizzazione sociale. Di conseguenza, ci si interroga sulle cause e concause che hanno impedito in Italia l’interiorizzazione nella comunità cittadina di due valori indispensabili per una corretta convivenza: il senso dello Stato e l’Etica civile.
Se la Politica nostrana è degna dell’Avanspettacolo è perché difetta la società che la esprime. Effettuando una schematica analisi della nostra situazione odierna, è possibile enumerare tre fattori concomitanti di cause.
La prima è da ravvisare nella storia patria. Lo Stato italiano è relativamente giovane (150 anni di vita) in confronto all’esperienza plurisecolare della Francia, dell’Inghilterra, dei Paesi scandinavi. Per secoli l’Italia è stata divisa e governata da potenze straniere, verso cui si nutriva un sentimento ostile.
Basti citare Dante, che, nel VI canto del Purgatorio, sommamente esprime la condizione del Paese: “Ahi serva Italia, di dolore ostello/ nave senza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello!/”.
L’atavica e radicata cultura dello “Stato Nemico” ha prodotto quell’esasperato individualismo, per cui ciascuno si fa gli affari suoi nel più completo disimpegno nei confronti dell’Interesse Generale.
Il secondo fattore è da rintracciare nella tradizione cattolica della nostra nazione. Nel pensiero cristiano la Morale e la Politica divaricano, perché la destinazione dell’Individuo non converge con quella della Società: all’individuo spetta il compito di conseguire la propria salvezza ultraterrena; allo Stato il dovere di eliminare gli ostacoli a siffatta realizzazione.
Quand’anche è andata persa la fede non può resuscitarsi una morale civile mai coltivata.
Infine, terza motivazione, il nostro livello di Etica è alquanto arretrato. La nostra coscienza percepisce solo i reati inerenti la sessualità, l’omicidio e il furto. Quest’ultimo inoltre inteso soltanto nell’attuazione più comune: rapina, borseggio, svaligiamento di abitazioni. Eppure i furti più sofisticati, quali quelli dell’alta finanza, di per sé più deleteri per la comunità civile, non vengono ancora recepiti dalla coscienza collettiva. Perciò anche se dal sistema giudiziario sono state emesse mega-sentenze non v’è stata, come risposta, un’adeguata indignazione dell’opinione pubblica.
La fusione di questi tre fattori comporta un basso grado di moralità civile, la quale, coniugata ad un embrionale senso dello Stato, genera il modo, completamente sui generis, di far politica in Italia.
Che poi altro non è se non l’eredità diretta del livello culturale del nostro Paese.

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