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21 febbraio 2006

La fine di un sogno

Non li vedremo mai suonare sulla luna.
Nè sulla faccia illuminata, nè su quella buia, cui dedicarono, più di 30 anni fa, una delle loro opere m
Non li vedremo mai suonare sulla luna.
Nè sulla faccia illuminata, nè su quella buia, cui dedicarono, più di 30 anni fa, una delle loro opere migliori.
Ebbene sì, lo scrivo con l’amarezza del marinaio, che, improvvisamente spenta una delle stelle che lo guidavano nell’attraversare i flutti, vede il cielo incombere più scuro, quasi minaccioso, ed il viaggio divenire ancor più difficile da affrontare.
Lo scrivo senza averne la certezza… anche se so che, in fondo, era più che lecito aspettarsi questa triste notizia.
I Pink Floyd si sono ufficialmente sciolti.
“It’s over…” ha detto, con l’aria di chi ha trovato finalmente la forza di liberarsi da un macigno opprimente ed insopportabile, il terzo sovrano di uno dei gruppi più importanti che la musica moderna abbia mai conosciuto.
“Penso di averne avuto abbastanza. Ho 60 anni. Non voglio più lavorare tanto… sono felice della mia vita; fare cose come Pink Floyd è un affare troppo grande per me, ora… è stato fantastico ma adesso non ne ho più voglia.”
Queste le parole rilasciate ad un importante giornalista italiano, nel corso di un’intervista esclusiva a bordo della houseboat, ancorata sul Tamigi, durante la quale David Gilmour ha reso ufficiale la notizia che da tempo serpeggiava tra i fans di tutto il mondo del colosso del rock psichedelico inglese: nonostante la recente e clamorosa reunion sul palco del “Live 8”, a luglio scorso, in compagnia del secondo sovrano, il “padre padrone” Roger Waters, ed all’ombra del re fondatore, l’indimenticabile Syd Barrett; nonostante i brividi che quei pochi minuti hanno saputo trasmettere a milioni di spettatori increduli; nonostante le parole (finalmente) sagge di Roger, gli sguardi d’intesa e gli abbracci a fine esibizione… nonostante tutto, quest’oggi, ci tocca assistere alla fine di un sogno.

I Pink Floyd si formano nel 1966, a Londra, ad opera di Roger Keith “Syd” Barrett (voce e chitarra) e Roger Waters (basso e voce); il primo nucleo comprende, oltre ai due, anche Nick Mason (batteria e percussioni) e Richard Wright (tastiere).

Il nome, come è ormai più che noto, deriva dall’originalissima fusione dei nomi di due misconosciuti bluesman americati, tali Pink Anderson e Floyd Council.

Il primo 7″ esce l’11 marzo 1967, quando la band comincia già a godere di una certa notorietà in ambito underground; le canzoni di quel vinile rimarranno alla storia, al pari di “Love me do” o “Satisfaction”: si chiamano “Arnold Layne” e “Candy And Current Bun” (versione censurata di “Let’s Roll Another One”) e danno il via ad una delle carriere musicali più durature e più prolifiche mai viste in ambito rock.

I Pink Floyd attraverseranno, com’è ovvio che sia, momenti di crisi e difficoltà d’ogni genere: dalla crisi creativa ed umana del genio fondatore Syd Barrett, la cui fragilità emotiva venne messa a dura prova dagli allucinogeni e dalle pressioni del mondo discografico; fino alle battaglie legali, per decidere il destino del nome del gruppo, verso la metà degli anni ’80, tra Roger Waters, che ne ereditò lo scettro per gli anni ’70, e David Gilmour, subentrato a Syd e destinato a divenire ultimo sovrano incontrastato del combo inglese.

Sono almeno 3 le generazioni dei ragazzi che hanno viaggiato sulle note di “Interstellar overdrive”, fatto l’amore su quelle di “The great gig in the sky”, pianto ascoltando le note di “Wish you were here”, sognato su quelle di “Shine on you crazy diamonds” e gridato su quelle di “Another brick in the wall (part 2)”.

Un giorno, mi sembra di ricordare, che proprio David Gilmour ebbe a dire, ad un intervistatore, meravigliato da tanta longevità, che i Pink Floyd non si sarebbero mai sciolti prima di suonare sul manto lunare…

Beh, in fondo il buon David non ci ha mai mentito; perchè ogni volta che ha imbracciato la sei corde ci ha portato con lui, sulla faccia oscura della luna.

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