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24 febbraio 2006

Le nuove dinamiche di approccio fra sessi

Tempo fa, le agenzie matrimoniali erano divenute talmente familiari nell’immaginario, da divenire gli argomenti di numerose trasmissioni tv più o me
Tempo fa, le agenzie matrimoniali erano divenute talmente familiari nell’immaginario, da divenire gli argomenti di numerose trasmissioni tv più o meno imbalsamate. D’altro canto l’amore, l’approccio, il sogno catto-borghese del matrimonio sono topoi classici della narrazione, dalla commedia brillante americana al sottoprodotto che narcotizza i pomeriggi televisivi.
Non è un caso che il disagio d’esser soli raggiunga livelli patologici nei grandi centri urbani, dove la società di massa ha dissolto da oltre un secolo i rapporti inter-relazionali, costruendo gerarchie di stipendi, potere, status sociale. E’ qui che si avverte maggiormente quella tensione instancabile alla ricerca del partner giusto, quello per tutta la vita magari – così come insegnano le favole prima del sonno ai bambini – o, al più, per un paio di selvaggi rendez vou notturni – così come invece ammette, in Sex & the City, il pensiero moderno di quei bambini cresciuti con le favole… Lì dove non esiste un tessuto di rapporti personali, la città si mostra in tutta la sua essenza fredda e spersonalizzante.
Tralasciando la metodica “più antica” di soddisfazione della compagnia (quella a pagamento per intenderci), le società evolute delle metropoli sono passate attraverso diversi espedienti come annunci per “Cuori Solitari”, ancora molto gettonati dal popolo dei solitari, le suddette agenzie matrimoniali, e certi bar di periferia che iniziavano a godere la fama d’esser frequentati da altre persone in cerca di compagnia. L’altra famigerata componente di tali posti, era il barman, custode di mille segreti infami e dall’invitta pazienza, il dispenser di saggezza liquida in formato cocktail “spaccabudella” e “affrancacuore”.
Si entrava così in punta di piedi in quei locali “specializzati” nel favorire gli incontri fra i due sessi. Il tratto principale di queste nuove realtà è l’inserirsi nei sottili ritagli di tempo del manager rampante, uomo o donna che sia, che, sotto la pressione di una vita interamente sacrificata al lavoro, non riesce a trovare i momenti canonici per incontrare dei partner.
La società moderna ha così visto nascere il mito dell’uomo-macchina da ufficio, impegnato nel dopo lavoro col fitness, con le sedute antistress, nei pranzi pre e post lavoro. Finito da molto il tempo della relazione stabile, non c’era più nemmeno l’occasione per l’approccio occasionale. C’era bisogno quindi di una nuova trovata, meglio se affinata dalle sottili alchimie del marketing. Trattandosi per lo più di clienti manager, si è pensato di individuare un prodotto preciso, di targettizzarlo e poi venderlo sul mercato dei “senzatempo”, perfino suddividendolo per fasce d’età.
Si cambiano insegne, si aggiustano i tavolini, si rivoltano i cuscini e si dà un tocco di maggiore intimità all’atmosfera per quelli che, nel flemmatico mondo anglosassone, sono chiamati “speed dating bar”, i bar per appuntamenti veloci. Oltre che ad aver creato un posto per un’utenza ben delineata (adulti ambosessi fra i 30-40 anni, quadri alti di azienda, cultura medio alta, portafogli ben nutrito), anche il ritmo è da processo industriale.
Destarono molto scalpore negli immaginari conservatori (retaggio delle favole “felici e contenti”) alcuni articoli che apparvero sei-sette anni fa, in cui si parlava dei nuovi locali di moda a Londra e New York, dove si formavano coppie che si “conoscevano” in tre minuti o poco più. In quella manciata di secondi si doveva stuzzicare l’attenzione del proprio interlocutore e partner potenziale, con lo scopo di scambiare un agognato “contatto”, e mail o telefono che fosse. Alcuni rotocalchi spesero numerose righe in calcoli ragionieristici del tipo “tre minuti una persona, un contatto, in un’ora venti facce, un’ora a sera, per una settimana 140 contatti…”. L’amore ai tempi della catena di montaggio.
Ma a volte il tempo non basta proprio fra lavoro, palestra, corsi di aggiornamento, riunioni straordinarie, massaggiatore ecc… Ecco allora che il discrimen fra perfetti sconosciuti ed eterni amanti si assottiglia ancora di più con l’ “eyegazing”. Da piccoli si giocava a chi ride prima fissandosi semiseri negli occhi, era un modo innocente per esplorare l’altro. Oggi a New York ci si può addirittura fidanzare con uno sguardo, cosa che, detta così, non sembra esattamente un’evoluzione dei costumi. La nuova tendenza di questi ritrovi è la codifica dei giochi di sguardi come sostituti delle parole, delle presentazioni, delle sovrastrutture verbali. Si ritorna all’istinto, al motto “occhi, specchio dell’anima”. E se in quegli occhi riesci a vedere te stesso, allora quell’anima è la tua gemella. Più di prima è la impressione superficiale che condiziona l’esito del corteggiamento visivo, al quale eventualmente segue quello verbale. Lo stress da prestazione si anticipa al rincorrersi degli sguardi, semplice, strategico ed a volte maledettamente impudico.
Rimane sullo sfondo quella disperata solitudine che si vuole lasciare oltre la porta del bar, con quei tre minuti a sguardo che sanno tanto di pillola, trangugiata per lenire un po’ di dolore all’anima ma non per curarlo.

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