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16 febbraio 2006

Parola, segno, emozione

“L’atto di scrivere è prima di tutto una esperienza visiva”
Italo Calvino
Probabilmente Calvino scrisse questa frase contemplando un’anonim“L’atto di scrivere è prima di tutto una esperienza visiva”
Italo Calvino
Probabilmente Calvino scrisse questa frase contemplando un’anonima composizione tipografica, priva di elementi compositivi forti che ne tracciassero un percorso percettivo lineare e con la totale assenza di qualsiasi ridondanza iconica.
Forse era riuscito a cogliere l’aspetto più arcaico ed emozionale della scrittura: la valenza verbo-visiva. Questa facoltà dell’alfabeto scritto ci permette di considerare la parola sia come elemento comunicativo finito, capace cioè di farsi significante di un’immagine mentale, sia come unità strutturale di un sistema compositivo visuale più complesso che determina l’architettura del campo visivo.
Partendo dalle sperimentazioni delle avanguardie artistiche e letterarie dell’inizio del ’900, la forza iconica della parola scritta ha cominciato ad assumere un ruolo sempre più forte, generando un elemento nuovo nella valutazione complessiva di un testo: la fascinazione visiva. Questo potere ci permette di entrare in quel flusso di codici comunicativi che sono per lo più subliminali, ma che hanno un potere incantatorio enorme. La sinestesia tra il potere cognitivo della parola e i rimandi visuali che genera è lo specchio di un nuovo paradigma della comunicazione: abbattere la supremazia del linguaggio scritto su quello visivo. Gli studiosi di comunicazione contemporanea affermano che gli analfabeti del terzo millennio saranno coloro che non sapranno leggere le immagini.
Dalle “Parole in libertà” di Marinetti, ai “Calligrammes” di Apollinaire, abbiamo assistito a un utilizzo sempre più figurativo del testo. Marinetti usa le parole per confondere, per sconcertare, per creare un dinamismo nel campo visivo in cui la parola si fa segno, tracima dal semplice enunciato che sottende fino a diventare energia pura, che si muove e si agita nel segno della velocità, l’imperativo più caro ai futuristi. La destrutturazione della pagina avrà come estrema conseguenza il caos, la cui estetica verrà metabolizzata nei decenni successivi, fino a diventare vera e propria disciplina alla fine degli anni ’80, grazie soprattutto alle enormi potenzialità offerte dall’avvento della grafica digitale.
Le sperimentazioni di Apollinaire, invece, lavorano sulla figurabilità del testo. La lettera e la parola vengono ridotte a elementi minimi di composizione, diventano tasselli di un mosaico dai quali scaturiscono texture e forme, aprendo una nuova frontiera che prenderà il nome di tipografia figurativa.
L’eredità che ci viene lasciata è enorme, e dovremmo essere in grado di coglierla. La parola che si fa segno mette in scena una serie di reazioni che modificano il percorso percettivo del linguaggio scritto, che da lineare diventa circolare (o globale), definendo un nuovo paradigma trascendente l’elemento temporale della fruizione di un testo a favore della dimensione spaziale. Il movimento si trasforma da lineare-razionale a circolare-emotivo, la parola si carica di significato che ci ritorna indietro in tutta la sua forza evocativa.

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