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14 febbraio 2006

Ragazze da votare

Svezia: dove l’80% delle donne lavora e quasi la metà dei parlamentari è femmina. Dove le donne guidano gli autobus e tutti i padri prendono il congedSvezia: dove l’80% delle donne lavora e quasi la metà dei parlamentari è femmina. Dove le donne guidano gli autobus e tutti i padri prendono il congedo di paternità. La nazione con il “gender gap” più piccolo del mondo nel 2005. Paese che noi italiane, costrette a manifestare per difendere la legge 194 e per augurarci i Pacs, siamo avvezze a considerare come paradigma di liberazione sociale e sessuale, terra delle pari opportunità. L’utopia dell’eguaglianza realizzata. Eppure lì, in Scandinavia, qualcuna non la pensa così. Gudrun Schyman, parlamentare ed ex leader del Socialist Left Party, ha fondato lo scorso aprile il partito femminista che “combatte la società patriarcale”, il quale si presenterà alle prossime elezioni con l’obiettivo di raggiungere il 10% dei voti. Ritenendo che lo stesso Femminismo, nell’accezione ormai desueta del termine, sia subordinato alla politica tradizionale, di indiscussa matrice patriarcale.
E, di contro, cosa accade in Italia, nel paese con la più bassa quota di parlamentari donna in Europa?
Grazie alla nuova riforma elettorale, che prevede il proporzionale senza preferenze, si potrebbero porre per le prossime elezioni del nove aprile le candidate nei posti giusti delle liste elettorali e far salire almeno al 30% la quota femminile in Parlamento. Infatti, approvando la tesi svedese dell’anacronismo del femminismo dell’autosufficienza e della separatezza, reputo che abbia avuto inizio la fase di un femminismo più maturo e fecondo, in cui la donna si propone come forza di cambiamento per tutti, perché per storia e sensibilità, per vita vissuta sulla propria pelle, è in grado di intercettare i veri problemi della società, e, magari, di trovarvi soluzione.
Il progetto politico globale proposto in Svezia non troverebbe le condizioni idonee in Italia. Nonostante, nell’ultimo decennio, su leggi come quella contro la violenza sessuale in Parlamento vi sono stati schieramenti trasversali, le differenze politiche emergono. Per esempio, riconosco che Stefania Prestigiacomo ha cercato di dare alla destra un volto moderno, laico, libertario, fino ad apparire fuori centro, rispetto alla sua coalizione. Ma al dunque, ho ritrovato una donna di centro-destra, che da ministro delle Pari Opportunità non ha fatto alcune battaglie cruciali – in relazione a lavoro, famiglia, asili nido – ed anche sulle quote rosa ha abdicato troppo presto.
È vero che nelle democrazie europee, vecchie di secoli, il potere politico, economico, mediatico ha un’impronta maschilista. Credo che la crisi delle nostre democrazie sia appunto dovuta a un’organizzazione del potere politico che non rappresenta la realtà sociale.
Che a certi livelli le donne non ci siano è un sintomo, una prova di questo scollamento.
È da auspicare il segnale di un movimento come “uscire dal silenzio”, che venga ascoltato in modo tale che i partiti capiscano l’importanza di avere donne in prima linea.
Mi auguro che le donne smettano di contentarsi del loro ruolo centrale in famiglia e di qualche buon successo sul lavoro. Che si decidano, le giovani in particolare, a esprimere il cambiamento entrando in politica e nei partiti, magari senza combattersi tra di loro né accordarsi a leader uomini, ma proponendosi come leader in prima persona.

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