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21 marzo 2006

Giuseppe Tornatore “intervistato” dagli studenti dell’Università di Salerno

È stato un incontro appassionante, serrato e sincero, quello che questa mattina ha visto protagonista il regista Giuseppe Tornatore incalzato dalle taÈ stato un incontro appassionante, serrato e sincero, quello che questa mattina ha visto protagonista il regista Giuseppe Tornatore incalzato dalle tantissime domande degli studenti universitari. Lo scenario è quello ormai consueto degli incontri universitari di cinema organizzati sotto l’egida di FilmIdea, una rassegna che, nata come approfondimento didattico tra studenti e docenti di Lettere e Filosofia è diventato un vero e proprio evento cult per i giovani dell’ateneo salernitano. L’aula magna nei pressi del rettorato, ancora una volta colma, ha saputo tributare la giusta accoglienza ad uno dei registi più eclettici del panorama cinematografico italiano. “Questa accoglienza così vivace ed affettuosa mi colpisce molto” sono state le prime parole di Tornatore, che poi aggiunge: “Ieri pomeriggio sono uscito in fretta dalla sala di montaggio dove sto realizzando il mio ultimo film (dal titolo “La sconosciuta”, pellicola di cui si sa ancora pochissimo, ma che pare veda come protagonisti Michele Placido e Claudia Gerini in un intenso noir – ndr) e mi son precipitato qui a Salerno per incontrare voi studenti. Oggi ritorno subito a Roma per rinchiudermi in sala montaggio. Incontri come questi mi fanno capire che, anche nei momenti di lavoro più intensi, non esiste solo il film”. Un regista – quest’anno compie cinquant’anni – che ha cominciato giovanissimo, nel 1986, con “il Camorrista”, prima del quale aveva girato tanti documentari: uno di questi “Le minoranze etniche in Sicilia” ebbe un riconoscimento proprio al Festival del Cinema di Salerno. Erano i primi anni ottanta. “Napoli e la Campania in genere, mi hanno sempre portato fortuna – ricorda compiaciuto il maestro Tornatore. Il mio film di esordio, era ambientato a Napoli e la produzione era napoletana. Mi fa piacere – aggiunge il regista sollecitato da una domanda di Santino Desiderio, studente di Giurisprudenza – che “Il Camorrista” sia ricordato in modo così vivido dal pubblico, ma d’altra parte questo mi fa anche un po’ male, perché ricorda a me stesso che la criminalità di allora non è stata ancora sconfitta, non solo in Campania o in Sicilia, ma in tutto il paese. Il vecchio teorema per questo tipo di crimine organizzato sia un retaggio solo del Sud Italia ormai è un’idea che non sta più in piedi, perché smentito dalla realtà e da fatti di cronaca quotidiani”. E racconta la genesi del film, la scelta di Ben Gazzarra nei panni del boss – all’inizio aveva pensato a Gian Maria Volontà, ma per il giovane e allora sconosciuto Tornatore, non fu possibile avere neppure il telefono del suo agente – Leo Gullotta nel ruolo di commissario, stuzzicato dall’idea di un attore comico in una parte drammatica. Si sofferma a lungo il regista siciliano a parlare con gli studenti, con la curiosità di chi vuole scoprire più affondo le proprie opere attraverso gli occhi di chi le ha amate. Ma quando Giuseppina, studentessa di Scienze della Comunicazione parla dei suoi film come poesia delle immagini affettuosamente la interrompe ed esordisce: “Ho sempre molto pudore a parlare di poesia quando parlo del mio mestiere e credo che un regista non deve mai accostare un suo film alla poesia. E’ troppo alta la poesia per cui un regista possa pensare di avvicinarsi alla sua purezza e immensità. Ci sono sequenze che danno spazio ad emozioni forti e riflessioni suggestive, ma non si può parlare di poesia”. Incitato ancora dalle domande dei ragazzi Tornatore parla anche, malvolentieri, dello stato di salute del cinema italiano: “E’ un miracolo che sia ancora vivo, con i suoi cinquanta o sessanta film all’anno. In tempi migliori se ne facevano più di duecento. Si è fatto di tutto, anche da parte del governo, per uccidere il cinema di casa nostra. E pare che ci stiano riuscendo – dichiara polemico il regista – però credo anche che, se questo cinema, nonostante tutte le difficoltà e i pochi soldi riesce ancora a sopravvivere e a riempire le sale ed i cuori, allora vuol dire che le idee ci sono, è l’industria che è malata, ormai moribonda. E’ anche vero – conclude sommesso – che la pirateria la sta facendo da padrona, togliendo soldi e quindi linfa al mondo della cinematografia. Ma sono convinto che tutte queste forze avverse non riusciranno a seppellire il nostro cinema, tantomeno i suoi autori”.

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