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21 marzo 2006

La Sapienza: “Dal lavoro come diritto al lavoro come optional”

Si è tenuto nella Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’università di Roma “La Sapienza” un convegno dal titolo “Dal lavoroSi è tenuto nella Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’università di Roma “La Sapienza” un convegno dal titolo “Dal lavoro come diritto al lavoro come optional”. Il 17 ha preso il via un lungo dibattito che è stato rivolto ad indagare quali siano le nuove prospettive e i nuovi problemi di chi opera in special modo nel settore degli audiovisivi. Nella sala del Centro Congressi hanno aperto con i saluti di rito: il professore Pietro Lucisano, Delegato allo Studio, Orientamento e Politiche de “La Sapienza” ed il preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione il professore Mario Morcellini, che è stato delegato dal Rettore alla Comunicazione della prima università romana. L’evento è stato organizzato con il sostegno dell’“Istituto Montecellio”, ente regionale per la comunicazione, dell’Associazione Culturale “Demote”, dell’Istituto “Cine TV” e della Federazione Radio e Televisione, ed aveva come proposito quello di avviare una riflessione sullo stato del lavoro nel settore delle telecomunicazioni, ma che via via si è aperto, ed ha interessato, tutti gli ambiti: da quello degli attori a quello dei sindacalisti, dall’economico all’accademico, allo stesso giornalismo di carta stampata. Nel pomeriggio, in effetti, è stato proprio con l’intervento di Roberto Natale, segretario nazionale Usigrai, che il dibattito sulla precarietà nel mondo del giornalismo televisivo si è fatto più sentire, lamentando anche una carenza nelle assunzioni e nelle nuove tipologie di contratto che non assicurano più a chi lavora nel settore delle comunicazioni di essere più assunto a tempo indeterminato, ma soltanto lavori sempre quasi stagionali o con contratti a tempo determinato: “Se un lavoratore chiede di essere pagato – sottolinea Natale – non chiede qualcosa che non gli è dovuto, o che sembra in questo periodo che non gli spetti, anzi il difetto sta proprio nel comportamento del datore di lavoro”. A continuare su questa scia anche gli altri interlocutori, come Arturo di Corinto, che ha molte volte posto l’accento sulle condizioni di lavoro in Rai, lamentando che molte persone non erano state inserite con contratto a tempo determinato o indeterminato, ma venivano sfruttate o poste in quel odioso “bacino” che inglobava i precari dell’azienda statale. Dunque, la parola che è più risuonata nella sala del Centro Congressi è sicuramente la “precarietà, a cui segue l’“incertezza”. L’incertezza che chi vorrà lavorare nel settore radiotelevisivo si troverà davanti, se ovviamente, chi governa non prenderà i giusti provvedimenti. Molti gli esempi di una nuova figura di giornalista televisivo, e delle nuove figure che nel tempo sono sorte nelle aziende delle telecomunicazioni, il termine che fa più paura e il “tuttofare”, si può riassumere così chi manovrerà una videocamera, farà nel contempo le domande all’intervistato e preparerà il montaggio del suo servizio televisivo. Tutto ciò andrà a discapito della qualità del pezzo che sarà messo in onda. Immaginate dunque una nuova figura di giornalista che dalla progettazione alla realizzazione dovrà sbrigarsela da solo, senza quel lavoro di squadra qualificato, in cui ognuno detiene il proprio ruolo, che se pur con pro e contro, garantiva la realizzazione di un buon servizio giornalistico. Si è appena accennato anche al digitale terrestre, e alla futura preparazione che le persone che vi lavoreranno dovranno avere per affrontare questa nuova sfida. Mentre in sala Gianni Celata, docente di Economia dell’Informazione, Giuseppe Mariani, presidente Commissione politiche giovanili e pari opportunità della regione Lazio, si avvicendavano negli interventi che hanno dipinto questa preoccupante situazione di incertezza verso il futuro, già durante il pomeriggio del 17 marzo i giovani presenti in sala erano pochissimi. A lamentarsi di questo disinteresse dei giovani verso un dibattito che voleva sia approfondire il tema della precarietà nel lavoro, tanto da non farlo diventare un optional come nel titolo del convegno, uno dei giovani presenti in sala. Dunque, invece di una risposta sorge un’altra domanda: se non si muovono le nuove generazioni verso il loro futuro, se non partecipano a dibattiti come questo in cui ci si poteva confrontare con chi la comunicazione la studia, la vive e vi lavora, come sperano di aver le direttive o la coscienza di avvicinare il loro domani?

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