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15 marzo 2006

Le forme dell’assenza

La nostra cultura ci fagocita, ci costringe alla necessità di dover vedere e sentire. Panismo dei sensi. Noi esistiamo in relazione al modo cui ci relLa nostra cultura ci fagocita, ci costringe alla necessità di dover vedere e sentire. Panismo dei sensi. Noi esistiamo in relazione al modo cui ci relazioniamo alla realtà oggettuale della vita, all’oggetto che possiamo vedere, sentire, toccare. Tutto ha senso se è suono e colore. Materia. Desideriamo il pieno come anelito a un continuum orgasmico, osmosi di sensazioni, fusione mente-corpo. L’astrazione? non è per noi. La riflessione? Lasciamola agli intellettuali. Ma la società post-moderna lancia un monito. La materialità lascia il campo all’isteria collettiva, al ritorno all’arcaico che sublima la ragione ordinatrice. Intorno a noi si crea una nebulosa affettiva. È la vittoria del vuoto dell’immaginazione sul pieno della logica. Vuoto, silenzio, fanno parte della nostra vita, riempiono quegli spazi interstiziali dove risiede la rêverie, ci costringono a fare i conti con noi stessi al di là della logica ingegneristica della comunicazione. Associati alla morte nella cultura occidentale, e per questo caricati di significati negativi che ne hanno spesso ostacolato una riflessione estetica. Gli artisti più visionari, in tutti i campi dell’arte, si sono cimentati sulle potenzialità espressive dell’assenza. Robert Rauschenberg dipingerà tele di ispirazione minimalista, “All-White Paintings” e “All-Black Paintings”; Nam June Paik girerà un video, della durata di un’ora, senza immagini; Dieter Schnebel concepirà la “Musica da leggere”, partiture musicali non destinate all’esecuzione e all’ascolto ma solo alla lettura. Il percorso a ritroso della ricerca pittorica sull’astrazione della forma giungerà al suo punto zero con il Suprematismo di Kasimir Malevic. Il suo “Quadrato bianco su fondo bianco” (1917) rappresenta il momento massimo di liberazione della pittura dall’oggetto e dal colore. La spinta di Malevic è quella di creare un mondo senza forme, di ridurre la natura a pura sensazione, negando la sua oggettività e i fenomeni che la rappresentano. La teoria suprematista innalza l’uomo verso l’infinito. Il quadrato bianco rappresenta la dissoluzione della materia, appiattita dal materialismo della modernità, e il ritorno alla purezza dell’atto della creazione.
Il vuoto rappresenta uno spazio di confronto dialettico con il pieno. Un contrappunto che va oltre l’espressione per diventare riflessione, tensione, attesa. In “Un coup de dés jamais n’abolira le hasard” Stéphane Mallarmé comporrà il suoi versi sulla pagina come un pittore sulla tela. Se da un lato il poeta francese si concentra sulla forma del testo – sulla identificazione semantica tra forma e contenuto – lascia i suoi versi galleggiare nella pagina bianca. Il bianco crea un percorso di lettura, detta dei ritmi, accelerando o rallentando la scansione dei versi. Quello che colpisce delle pagine di Mallarmé è il bianco che abbaglia, l’inversione dei piani gerarchici figura-sfondo. È il primo esempio di poesia visiva.
La ricerca sul silenzio in musica tocca il suo apice con le sperimentazioni di John Cage. Se Malevic ha liberato la pittura dall’oggetto, Cage ha liberato la musica dal suono. Con la sua opera più estrema, “4:33”, porta il silenzio nelle sale da concerto per quattro minuti e trentatré secondi. L’evento sonoro è rappresentato dai suoni accidentali prodotti dagli spettatori e dai rumori provenienti dall’esterno. La ricerca di Cage è basata sulla casualità e sull’indeterminismo ispirati dalla filosofia zen, che mirano a spogliare la musica dalla soggettività e dall’intenzione del compositore e a un’apertura totale al suono: “ora non ho più bisogno di un pianoforte: ho la 6th Avenue con tutti i suoi suoni”.
Cage dimostra che il silenzio non esiste: anche in condizione di silenzio assoluto sentiremmo i battiti del nostro cuore. Il silenzio è funzionale alla trasfigurazione della musica verso una forma più pura che è il suono del mondo, il quadrato bianco dell’esperienza acustica.
Se il silenzio di Cage parla, ha una forma che vibra, l’assenza di Thelonious Monk è muta. Quadrato nero. La musica di Monk è misteriosa. È tanto primitiva quanto complessa, molti dicono “sbagliata” altri geniale. E’ una scultura di ghiaccio che si scioglie al sole. Un sole freddo che non scalda, che dissolve la sua musica nell’abisso, nel silenzio della morte. Le pause e i silenzi di Monk non parlano. O, se lo fanno, hanno un linguaggio incomprensibile. C’è un’estetica? No. “The Man I Love” ci consegna il dramma dell’artista che non ha niente da dire. La sua arte si identificherà con la sua vita, il suo silenzio con la fine dell’esistenza. Suono senza colore.

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