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20 aprile 2006

Il Grande Silenzio, capolavoro di spiritualità

“Dio, tu mi ha sedotto ed io mi sono lasciato sedurre”

Sono stato a vedere “Il grande silenzio” (titolo originale: “Die grösse stille”), de”Dio, tu mi ha sedotto ed io mi sono lasciato sedurre”

Sono stato a vedere “Il grande silenzio” (titolo originale: “Die grösse stille”), del regista Philip Gröning, decisamente incuriosito dal successo riscontrato in Germania (oltre 160 mila spettatori), nell’inverno scorso, nonostante il tema trattato: un fedele ritratto della vita dei monaci certosini all’interno del monastero Grande Chartreuse, sulle Alpi francesi.
Il film, impropriamente descritto da alcune riviste del settore come un documentario, è in realtà qualcosa di più, peraltro assai difficile da definire.
Il regista spiega al termine della proiezione, con poche lapidarie parole, aggiunte ai titoli di coda, di aver atteso ben 16 anni per avere l’autorizzazione a girare il suo film.
Dall’intervista, raccolta durante la conferenza stampa del 28 marzo, presso l’Università Gregoriana di Roma, veniamo a conoscenza di ulteriori particolari sulla storia del progetto, che non lasciano adito a dubbi in merito alla grande spinta motivazionale dell’autore.
Ad esempio i costi per la realizzazione, che ad un occhio inesperto potrebbero sembrare erroneamente “modesti”, sono stati invece assolutamente consistenti, per il livello di qualità che si è desiderato ottenere, arrivando a superare addirittura i 700 mila euro.
Per girare, non ci si è accontentati di un equipaggiamento standard, bensì è stata scelta la High Definition (quella usata da George Lucas).
Gröning ha vissuto con i monaci, durante i sei mesi di riprese, avendo il modo (ed offrendolo anche a noi, seppure in minima parte) di conoscerli come delle persone felici, libere dalla schiavitù della paura.
Tutto lo spirito della comunità della Grande Chartreuse può essere infatti riassunto dalle poche parole del monaco cieco, verso la fine del film, che cerca di spiegarci come sia fuori luogo il timore verso ciò che deve accadere, finanche nei confronti della morte.
Posto infatti che ogni accadimento è opera del disegno di una bontà superiore, che altro non vuole se non il nostro bene, ecco che qualsivoglia vicissitudine va accettata con gioia, perchè non casuale, bensì necessaria al raggiungimento della nostra crescita spirituale.
Da parte mia, cercherò di soffermarmi esclusivamente sulle sensazioni che ha destato in me la visione di questo monumento al fenomeno del monachesimo occidentale, dall’imponente durata di 162 minuti, non essendo all’altezza per addentrarmi nella dottrina espressa all’interno del lavoro di Gröning.
Posso senz’altro ammettere che, dopo un certo sconforto iniziale, durato peraltro non più di qualche minuto, ho capito il mio errore nell’approccio e, raccolto l’invito del regista, ho provato a dimenticarmi di essere seduto sulla poltrona di un cinema al centro di Roma, con tutto il clamore e lo scompiglio di una metropoli a pochi metri da me, per affacciarmi a quella piccola finestra che dà sul monastero francese e sui suoi abitanti.
Ecco che allora il candore di quella neve, il rosso del fuoco delle fiammelle nella notte, il suono della campana del mattino ed il canto liturgico corale, mi sono apparsi come momenti irripetibili di un vero e proprio viaggio all’interno della spiritualità dell’uomo.
Ho desiderato esser lì anch’io, per poter toccare le mani di quegli uomini dai volti pieni di luce, che, tre alla volta, sono passati sullo schermo del cinematografo, regalandoci una speranza di serenità.
“Non farti distogliere dalle piccole cose”, mi è sembrato di udire da quelle labbra socchiuse, da quegli sguardi compassionevoli e infinitamente lontani dal nostro piccolo mondo.
Questo a mio avviso è l’immenso messaggio de “Il Grande Silenzio”, un piccolo capolavoro di spiritualità, perso nel mare delle nostre brutture quotidiane.

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