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13 aprile 2006

Mater-bi: i sacchetti fatti col mais

Facciamo la spesa, chiediamo un sacchetto per portare a casa cibi e detersivi, che poi usiamo come contenitore per le nostre immondizie, che poi l’incFacciamo la spesa, chiediamo un sacchetto per portare a casa cibi e detersivi, che poi usiamo come contenitore per le nostre immondizie, che poi l’inceneritore provvede a bruciare ed inquinare per bene l’aria. Poi le piogge acide. Ebbene, grazie al mais ed all’ingegno di un brevetto tutto italiano, nascono i sacchetti totalmente biodegradabili. L’azienda leader nel settore è un’impresa di Novara, la Novamont, titolare del brevetto Mater-Bi, un composto derivato dall’amido di mais, fonte per molti tipi di plastiche organiche. Nata nel 1990, dall’incontro tra i gruppi Montedison e Ferruzzi, con l’obiettivo di realizzare il progetto “Chimica vivente per la qualità della vita”, la Novamont vanta attualmente un fatturato di 34 miliardi di euro ed una produzione annuale di oltre 20mila tonnellate di Mater-Bi. Oggi in più di 3.500 città in Europa, Stati Uniti, Cina, Giappone, Australia e Nuova Zelanda si utilizzano sacchi in Mater-Bi per la raccolta differenziata. L’utilizzo di materie prime di origine agricola e l’attenzione costante all’impatto ambientale dei processi e dei prodotti hanno fatto vincere alla società novarese diversi riconoscimenti e premi internazionali, tra cui il Business Award for Sustainable Development, conferito a Johannesburg dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite ed il Frost & Sullivan, premio per l’innovazione di prodotto, nel 2003. Plastiche di origine vegetale, ottenute dalla lavorazione di materiali organici, malleabili e versatili come quelle sintetiche, ma biodegradabili al cento per cento, vanno sempre più diffondendosi. Grazie alla particolare struttura chimica ed alla facilità di lavorazione, che consente di utilizzare gli stessi processi e macchinari utilizzati per la plastica normale, Mater-Bi ha oggi una vasta gamma di applicazioni, dal packaging industriale, all’igiene personale (cotton-fioc, pannolini,…), dagli additivi per pneumatici alla gestione dei rifiuti. Nel settore agricolo, l’utilizzo della pellicola ecologica ha determinato una rivoluzione rispetto al polietilene: oltre a non generare condensa, pericolosa per le radici delle piante, si decompone naturalmente quando entra in contatto con il terreno. Quello della Novamont è un esempio da cui trarre ispirazione per il futuro, la dimostrazione di come investimenti e ricerca nella tecnologia dei materiali bio sia la strada da percorrere per risanare il nostro pianeta. L’epoca delle certificazioni ambientali e sociali diventate una moda più che un valore per molte industrie, deve rinascere in nome dell’etica collettiva, che nient’altro si fonda che sull’amore per noi stessi ed il prossimo, l’ambiente e tutti gli esseri viventi. Un amore sincero e disinteressato, una condivisione d’intenti ed interessi. Basta, quindi, oro nero, che di tutta la plastica è padre: è ora di cominciare a sviluppare e far conoscere le alternative più sane, per far evolvere un’economia più salubre. Greenpeace non dovrebbe più affrontare navi cariche di greggio, miliardi di pesci e milioni di uccelli non morirebbero agonizzanti sulle rive annerite delle spiagge, meno puzza nell’aria e meno sceicchi onnipotenti, più terra coltivata e meno città bruciate dalla guerra economica.

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