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20 aprile 2006

Morfina e cure palliative

Per quanto concerne la terapia del dolore, essa in Italia resta ancora una triste cenerentola. Ciò è quanto emerge da analisi statistichPer quanto concerne la terapia del dolore, essa in Italia resta ancora una triste cenerentola. Ciò è quanto emerge da analisi statistiche e relazioni mediche. Infatti secondo Furio Zucco, presidente della Società Italiana di cure palliative, rispetto all’Europa il Bel Paese funge da fanalino di coda, “battuto” soltanto dalla Grecia.
Eppure nel dicembre del 2001 è stata approvata una legge che modifica la prescrizione degli oppioidi da parte dei medici di base, ed è stata aumentata la fascia di rimborsabilità. Purtroppo la situazione non ha subito cambiamenti di sorta, per cui adesso è al vaglio una proposta di inserimento di tali farmaci nel ricettario regionale standard, che contempla tutte le sostanze i cui costi vengono coperti dal Servizio Sanitario Nazionale.
Il quadro appena descritto non si esaurisce però sotto il profilo meramente burocratico, infatti non va trascurata un’altra fondamentale componente: l’atteggiamento del medico.
Se, ad esempio, il fentanile, analgesico in cerotti, viene utilizzato con frequenza, diversa apertura mentale si manifesta nei confronti della morfina, nonostante costituisca il farmaco di prima scelta in determinate situazioni terapeutiche, fra cui il trattamento del dolore oncologico. Per diversi discepoli di Ippocrate la morfina è ancora carica di valenze negative, quali l’assuefazione, la dipendenza, la depressione respiratoria. Inoltre spesso sono i medesimi pazienti a mostrarsi riluttanti nell’assunzione di tale prodotto. Pertanto è necessario dedicare tempo ed attenzioni al malato, cercando di comprendere se è spaventato dal timore della dipendenza o dalla associazione della sostanza citata alla idea di malattia terminale.
Di conseguenza al medico di famiglia, che, in quanto tale gode di una posizione di ascolto privilegiata, viene richiesta una pazienza certosina nei confronti dell’assistito, non soltanto per poterlo rassicurare sugli effetti dei farmaci assunti ma anche per tranquillizzarlo con la propria costante presenza, dunque considerando anche il profilo psicologico della cura. Altrimenti la terapia sarebbe parziale. Dunque è necessario un cambiamento radicale non solo nell’ambito della prassi ma anche, e soprattutto, dell’approccio culturale.

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