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20 aprile 2006

Un furbetto in meno nel quartierino dell’economia

È rientrato martedì mattina da Ischia, dove aveva trascorso le vacanze pasquali con moglie e suocera al seguito. Nel pomeriggio non ha rinunciÈ rientrato martedì mattina da Ischia, dove aveva trascorso le vacanze pasquali con moglie e suocera al seguito. Nel pomeriggio non ha rinunciato ad una capatina in ufficio, e lì, a dargli il bentornato, è arrivata la Guardia di Finanza. Stefano Ricucci è uscito dalla sede romana della Magiste, la sua società immobiliare, con le manette ai polsi e il peso dell’accusa di aggiotaggio. L’ordinanza di custodia cautelare, disposta dai magistrati romani, è stata decisa anche per pericolo di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato, in relazione alle quote del pacchetto Rcs. E’ stata proprio la scalata al Corriere della Sera ad attirare una maggiore attenzione sull’imprenditore romano. “Chi c’è dietro Ricucci?” è stata la domanda che si sono posti in molti a partire dall’estate scorsa. Conquistare il quotidiano di via Solferino sembrava un’impresa troppo grossa per un immobiliare nato dal nulla. Ricucci, in un’intervista di qualche mese fa, aveva risposto che era tutto merito della sua “marcia in più”, una qualità comune a pochi. Lui stesso era arrivato a paragonare la sua storia economica a quella di Silvio Berlusconi e di Bill Gates. La Procura ha deciso di non fidarsi troppo di questa motivazione, apparsa un pò sbrigativa per un impero di circa due miliardi di euro, accumulati in tempi brevissimi. Novecento milioni di euro in immobili, più di un miliardo in partecipazioni azionarie, diviso fra Rcs, Antonveneta, Bnl e Bpl, per un odontotecnico quarantatreenne, figlio di un conducente dei trasporti pubblici, non passano inosservati. E così sono partite le intercettazioni che hanno portato all’arresto.
Gli ingranaggi segreti della giostra economica italiana hanno iniziato ad essere svelati nei mesi estivi del 2005. Prima vittima delle intercettazioni della Finanza è stato Gianpiero Fiorani, ex ad della Banca Popolare Italiana. Il suo arresto sta portando pian piano in superficie un sistema occulto, fatto di acquisizioni e vendite di titoli. Un gruppo di “furbetti”, come sono stati definiti gli affiliati del clan di Fiorani, che fino a pochi mesi fa erano pronti a grandi scalate. Oggi quella parte dell’elite economica del Belpaese sta affondando, pezzo per pezzo. A farne le spese è l’intero sistema finanziario di un’Italia già troppo debole per reggere altri colpi bassi, da parte di chi l’economia dovrebbe farla progredire. Non arrestare.

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