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22 maggio 2006

Cannes: Da Ken Loach alla Cina, per riflettere su democrazia negata e guerre fratricide

Vicende politiche e personali, passioni amorose e afflati di libertà, fratelli minacciati dai fratelli. Si apre sotto il segno della Storia

Vicende politiche e personali, passioni amorose e afflati di libertà, fratelli minacciati dai fratelli. Si apre sotto il segno della Storia il 59° Festival di Cannes, con in concorso due film distanti per ambientazione geografica ma legati dal desiderio di parlare dell’oggi con gli occhi rivolti al passato. Si tratta di “Summer Palace” del cinese Lou Ye e di “The Wind That Shakes the Barley” dell’inglese Ken Loach. Vena intimista il primo, denuncia aperta il secondo, come del resto è nelle diverse corde dei due registi. Lou Ye sceglie di raccontare il percorso privato di due studenti, la loro educazione sentimentale, l’intersecarsi delle loro vite con la rivolta di Tian An Men, e poi la dolorosa separazione e la constatazione che le illusioni sono destinate a infrangersi contro un destino personale prima che dettato dalla società. La dolce Yu Hong e l’intellettuale Zhou Wei infatti si perdono non tanto perché intorno a loro il sogno di libertà e democrazia per le persecuzioni della polizia, quanto per l’inadeguatezza a costruire con le proprie mani un modello di esistenza in grado di sopportare il peso dei cambiamenti. La fine dell’amore dei due ragazzi è il fallimento di un’intera generazione, la prima ad aver concretamente lottato per la libertà. Una generazione che per la prima volta ci appare ferita, vulnerabile, votata alla tristezza, ben lontana insomma dall’immagine vincente che l’espansione economica della Cina farebbe supporre. Ma vista con gli occhi del cuore non c’è dubbio che la meglio gioventù sia questa, e non quella mascherata da yuppies che sta dimenticando le tradizioni. Di aneliti alla libertà parla anche Loach, il più politico tra i cineasti europei, e per farlo illumina un periodo fondamentale ma poco noto della storia irlandese, quello che a partire dal 1916 porterà alla fondazione dell’Ira e alla lotta per l’indipendenza. Fulcro della vicenda il poco più che ventenne Damien, medico avviato a una brillante carriera a Londra, che di fronte ai soprusi degli Inglesi decide di restare in patria e di entrare nell’esercito indipendente. Mesi e anni di lotte sanguinose, di torture e uccisioni, fino alla tragedia più grande quando nel 1923, a seguito di un trattato che sostituisce i gendarmi inglesi con guardie irlandesi senza di fatto allentare il controllo sulla popolazione, i fratelli imbracciano i fucili contro i fratelli. Il linguaggio di Loach è come sempre diretto, il suo è un cinema al servizio del messaggio, ma non vi è dubbio che questo arrivi al destinatario. Quegli irlandesi siamo noi, persi in guerre fratricide dove i morti da una parte e dall’altra sono uguali. Ricordate, ammonisce Loach, che i soldati e i civili caduti a causa di conflitti di cui nemmeno conoscono i reali motivi, hanno lo stesso sangue. E versano le stesse lacrime.

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