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8 maggio 2006

I tassi di natalità

Le politiche attive per le nascite sono spesso state accompagnate da una cattiva fama o, quantomeno da una certa diffidenza, nell’opinione pubblic

Le politiche attive per le nascite sono spesso state accompagnate da una cattiva fama o, quantomeno da una certa diffidenza, nell’opinione pubblica, perchè storicamente messe in atto da regimi totalitari che consideravano la potenza demografica come una delle precondizioni fondamentali per dare fiato alle proprie mire espansionistiche. Negli ultimi anni tuttavia, il problema dei tassi di natalità è ritornato ad occupare un posto di primo piano nelle preoccupazioni di tutto il sistema politico europeo. E questo si è verificato soprattutto in Italia, considerando che il nostro paese condivide purtroppo insieme alla Spagna un triste primato: quello del più basso tasso di natalità tra i paesi europei. La motivazione di questa preoccupazione è molto semplice: se il tasso di natalità rimarrà quello attuale, pari a 1,3 figli per donna in base ai dati Istat , sarà impossibile poter sostenere finanziariamente lo stato sociale del domani, a cominciare dalla spesa pensionistica. E’ senza dubbio vero che da questo punto di vista un utile contributo potrà venire dall’ immigrazione regolare, ma è altrettanto vero che sarebbe assolutamente insensato fare affidamento esclusivamente su questo aspetto. Occorre quindi agire sulle cause che hanno prodotto questa situazione di bassi tassi di natalità cercando di affrontare un cambiamento epocale nell’organizzazione e nella struttura della famiglia europea, dovuto al mutamento del ruolo della donna. Oggi, infatti, le donne europee in virtù del livello di istruzione da loro raggiunto e della propria aspirazione all’indipendenza economica e sociale, sono sempre meno disposte a sacrificare il proprio impiego lavorativo per dedicarsi totalmente alla cura della casa e dei figli come è avvenuto nei decenni passati. Per poter risolvere questo dilemma tra famiglia e lavoro, è necessario di conseguenza permettere alla popolazione femminile di conciliare impiego fuori casa e cura dei bambini, e la variabile fondamentale per raggiungere questo risultato è inequivocabilmente rappresentata, come dimostrano i dati statistici delineati dallo studioso Esping-Andresen, dall’ accessibilità agli asili nido da parte delle famiglie. Infatti,tutti i più autorevoli studi mostrano l’esistenza di un preciso circolo virtuoso: in corrispondenza dell’aumento del livello di copertura degli asili nido, aumenta l’ occupazione femminile, e all’ incremento di quest’ ultima fa seguito un aumento dei tassi di natalità. Naturalmente, il livello di copertura degli asili nido non è determinato esclusivamente dal numero dei posti a disposizione, poiché l’economicità degli stessi è una variabile altrettanto cruciale. Tale economicità può essere garantita soltanto dalla fornitura pubblica dei suddetti servizi sociali, perché laddove la fornitura viene lasciata nelle mani dei soggetti privati, come avviene negli Stati Uniti d’ America, essi risultano essere accessibili solo alle famiglie più benestanti, lasciando quindi fuori dal mercato proprio quelle famiglie che dei servizi sociali avrebbero maggiore bisogno in quanto consentirebbero loro di massimizzare la propria offerta di lavoro. A prima vista, si potrebbe quindi ritenere che la soluzione al problema sia abbastanza semplice, poiché si tratterebbe “soltanto” di aumentare la copertura degli asili nido, ma in realtà tale problema affonda le proprie radici nella matrice culturale e sociale che ha presieduto alla nascita e all’organizzazione dello stato sociale nel secondo dopoguerra. Beveridge e altri importanti riformatori hanno progettato lo stato sociale privilegiando i trasferimenti di reddito, soprattutto alle famiglie con figli piccoli e alla popolazione anziana, mentre è stata assolutamente trascurata l’assistenza sociale alle famiglie. Del resto, in quegli anni, il modello prevalente di famiglia, costituito da padre lavoratore e madre casalinga, era senza dubbio in grado di produrre da sé quei servizi sociali di cui aveva bisogno. Ma oggi, come detto, è mutato profondamente il ruolo della donna e con esso la struttura della famiglia, e di conseguenza non si può far finta che nulla sia cambiato. E’ necessario invece procedere ad una rapida e profonda riforma dello stato sociale, che non pone soltanto un problema di aumento delle risorse finanziare ad esso destinate, quanto piuttosto un problema di riposizionamento di tali risorse, in modo tale che vengano sempre più destinate alla fornitura di servizi sociali necessari per rispondere ai bisogni delle famiglie attuali. I paesi scandinavi, con Svezia e Danimarca in testa,già alla fine degli anni settanta, hanno cominciato a modificare i flussi di spesa dello stato sociale riservandoli in misura cospicua ai servizi sociali (asili nido, assistenza agli anziani non autosufficienti soprattutto) e questo spostamento di risorse, che non ha peraltro intaccato i generosi trasferimenti di reddito che erogano questi paesi, li ha portati a raggiungere risultati di tutto rispetto: tassi di occupazione femminile e tassi di natalità che sono i più alti d’Europa. Lo stesso premier inglese Blair ha riconosciuto che questa sarà la strada da seguire per ringiovanire un’ Europa sempre più caratterizzata da quote crescenti di popolazione anziana. Ce la farà l’ Italia ad affrontare e vincere questa sfida?

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