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31 maggio 2006

Il Congo dimenticato raccontato dalle parole di Rose

Rose, 40 anni, immigrata nel 2001 a Roma dal Congo è una dei tanti, giovani e meno giovani, che dall’Africa, dall’Europa orientale e dal Sud-Est asiatRose, 40 anni, immigrata nel 2001 a Roma dal Congo è una dei tanti, giovani e meno giovani, che dall’Africa, dall’Europa orientale e dal Sud-Est asiatico cercano di “far fortuna” nel nostro paese.
In un bar di via Ottaviano a Roma, di fronte ad un bicchiere di succo d’ananas e ad un caffè all’italiana, Rose, che parla molto bene l’italiano con un accento lievemente francese (retaggio dell’imperialismo belga), risponde con dovizia di particolari alle mie sparute domande. Quando parla del suo paese lo descrive come un paradiso naturale a tratti mefistofelico. E i lineamenti del suo viso dai tratti dolci che lasciano trapelare un filo di malinconia, in un attimo si irrigidiscono. Ha negli occhi la visione di tanti morti ammazzati per il «dio commercio», per «la politica sporca». E nelle orecchie sente il rimbombo dell’artiglieria, delle grida delle madri che disperate cercano i figli che fuggono via presi dal panico. Un bambino di appena dieci anni Rose, a rischio della propria vita, lo ha strappato dalle mani di un militare che ne avrebbe fatto un soldato per la causa congolese. La madre del piccolo non saprà come ringraziarla.
Le chiedo il motivo per cui ha lasciato il suo paese e incalza: «Il Congo è nel caos, non ci sono libertà. C’è una situazione di continua guerriglia e nessuno ha un lavoro fisso. C’è chi mangia nei piatti d’oro e questi sono i pochissimi che fanno il commercio con le grandi multinazionali di USA ed Europa, e poi c’è l’intero resto della popolazione che soffre la fame. Si riuscirebbe a vivere in media con 2 Dollari al giorno a testa, ma non tutti hanno la possibilità di guadagnarli». Vorrebbe continuare ancora a parlare, è un fiume in piena, ma la fermo per aprire una parentesi italiana: «Hai incontrato difficoltà nel raggiungere l’Italia?». «Tantissime. – Risponde- Ho aspettato diversi anni prima di ottenere il visto dall’ambasciata italiana in Congo. Avevo i documenti in regola già nel 1997, appena finito il Baccellierato. Volevo partire al più presto per l’Italia, ma non ho avuto risposta se non dopo cinque anni». Le chiedo il motivo per cui è necessario aspettare tutto questo tempo e mi risponde: «Molte persone, giustamente, mi precedevano mentre altre che conosco, pur non avendo i documenti in regola sono riuscite a partire nell’arco di pochi mesi. Ancora oggi sono due le scelte: o aspetti anni e anni prima di ottenere il visto oppure paghi i corrotti e, in poco tempo, ottieni il visto per l’Italia». Continuo volendo sapere quanto denaro le hanno chiesto. «4mila dollari trattabili, – dice – ma non li avevo». In Italia si mantiene facendo assistenza agli anziani malati, negli ospedali e nelle cliniche romane: «Ma quanto guadagni?». «Sette Euro l’ora per 10 ore al giorno, – dice – escluse le notti. Ma nessuno mi fa il contratto. Per me sarebbe meglio». Ribatto: «e allora come fai per il permesso di soggiorno?». «Ho un permesso studio. – risponde – Frequento un dottorato di ricerca in quanto già laureata in Comunicazione sociale all’Università di Kinshasa».
A Roma si trova bene, nonostante qualche piccolo episodio di razzismo come alcuni giorni fa, «quando facendo la mia strada mi sono imbattuta in un gruppo di ragazzi che mi hanno insultata perché nera, tirandomi contro delle lattine».
Le chiedo se le prossime elezioni politiche che dovrebbero interessare il Congo (il condizionale è necessario data la situazione particolare in cui versa il paese) il prossimo luglio, porteranno a dei cambiamenti in positivo, ma non sembra molto ottimista: «Lo spero, – dice – ma so già che non sarà così. Questa situazione fa comodo sia agli Usa sia all’Europa perché dal caos politico-economico del nostro paese le due potenze ci guadagnano economicamente. Grazie alla guerriglia, per esempio, le multinazionali di USA ed EU acquistano le materie prime, di cui il Congo è ricchissimo, a prezzi ancora più vantaggiosi, dettando loro le regole del nostro commercio. Molte delle recenti guerre etniche che hanno interessato il Congo con i suoi paesi confinanti (come il Ruanda) sono state alimentate dalle armi e dalla politica americana di Clinton prima e di Bush ora. L’Europa dal canto suo non ha fatto altro che chiudere gli occhi in nome del “dio commercio”, dimenticandoci». Alla domanda su come dovrebbe reagire l’Unione Europea, Rose dice: «L’Europa dovrebbe impuntarsi contro la politica imperialista americana e promuovere un commercio equo e solidale, invece fa lo stesso gioco dell’America, con l’aggravante che essa è la culla dei principi della cristianità. Senza un’economia “giusta” non può esserci una politica giusta in Africa».

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