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23 maggio 2006

Università e politica del lavoro

Guadagna mille euro al mese, ha un lavoro precario e per trovarlo si affida ancora alla raccomandazione: questo è l’identikit, che emerge dalla recentGuadagna mille euro al mese, ha un lavoro precario e per trovarlo si affida ancora alla raccomandazione: questo è l’identikit, che emerge dalla recente indagine sulla condizione occupazionale dei laureati italiani. Il primo dato che emerge dalla ricerca è l’aumento della precarietà: nel 2005, infatti, il 48,5% di chi ha conseguito la laurea l’anno precedente ha un cosiddetto ‘contratto atipico’, il 7,1% è senza contratto e il 4,8% ne ha uno d’inserimento (formazione lavoro e apprendistato). In pratica solo il 39,2% può vantare un lavoro a tempo indeterminato, situazione quindi notevolmente peggiorata rispetto a quattro anni prima: nel 2001 infatti il 45,7% dei giovani laureati da un anno aveva già stipulato un contratto a tempo indeterminato ed era solo del 37,4% la percentuale degli atipici. A sorpresa, inoltre, si scopre che il contratto a tempo determinato caratterizza il pubblico impiego più del privato (25 laureati su cento contro i 38 su cento nel pubblico). Anche il contratto di collaborazione prevale ampiamente nel pubblico dove costituisce la forma prescelta per 40 occupati su cento (30 su cento nel privato).
La vera novità sta nel fatto che i corsi di area umanistica, se a breve termine (ad un anno dalla laurea) sono meno richiesti rispetto ai corsi di area tecnico-scientifica (60,3% gli occupati scientifici contro il 50,4% degli umanisti), a lungo termine, dopo cinque anni dal conseguimento del titolo, gli umanisti rimontano e raggiungono la parità (86%): segno questo che la realtà occupazionale attuale sta diventando più consapevole dell’importanza dei laureati in scienze umanistiche e del loro apporto fondamentale nelle più disparate realtà aziendali.
Per quanto concerne poi l’aspetto retributivo in media, chi si è laureato nel 2004 guadagna 997 euro netti al mese: non certo un capitale, specie se consideriamo che nel 2002, chi si era laureato l’anno precedente guadagnava in media 1.015 euro netti al mese. L’aspetto retributivo cambia anche in riferimento alla variabile ‘sesso’ e ‘area geografica’: gli uomini guadagnano 1.136 euro al mese e le donne 885; inoltre a cinque anni dal titolo i guadagni mensili netti dei laureati (senza distinzione di genere) che lavorano al Nord (1.366 euro) sono più elevati rispetto a quelli di chi lavora nel Centro (1.281 euro) e soprattutto al Sud (1.191 euro).
Infine, per quanto riguardano le modalità d’ingresso nel mondo del lavoro, in tempi di riforma del mercato occupazionale, di agenzie interinali e collocamento privato, a quale sistema ricorrono i laureati? Per lo più (il 47,6%) all’iniziativa personale e al contatto attraverso la segnalazione di parenti e amici. A ciò bisogna aggiungere un 6% (era il 2,1 nel 2001) che richiede esplicitamente di essere segnalato ai potenziali datori di lavoro: insomma un inno alla raccomandazione. Del resto, l’Italia è nettamente in testa nella classifica dei Paesi dell’UE che usano di più la raccomandazione come modalità di ingresso nel mondo del lavoro. Alla luce di questa indagine emerge un quadro particolare: in Italia avremmo bisogno di più laureati per allinearci alle altre realtà europee e mondiali. Per capirci, abbiamo una percentuale di laureati inferiore a quella del Messico e appena superiore a quella della Turchia. Ma se dovessimo raddoppiare la quota di laureati, il nostro mercato del lavoro, che già brancola nel buio, sarebbe in grado di assorbirli?

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