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29 maggio 2006

Urbino: La mostra su Cirene

L’attività della Missione Archeologica Italiana a Cirene della Università di Urbino ha scandito le tappe della scoperta archeolo

L’attività della Missione Archeologica Italiana a Cirene della Università di Urbino ha scandito le tappe della scoperta archeologica della città nel dopoguerra, dal 1957 al 1991 con l’opera del Maestro Sandro Stucchi e poi fino al 1996 di Lidiano Bacchielli ed in seguito di Mario Luni. I risultati delle ricerche sono stati pubblicati in genere nei “Quaderni di Archeologia della Libia”, nelle “Monografie di Archeologia Libica” e danno testimonianza del consistente impegno profuso negli scavi, nei restauri e nelle indagini, con ampio consenso, riconosciuto a livello internazionale.
Questa opera di vasto respiro è stata resa possibile anche grazie all’apporto di numerosi ricercatori e tecnici dell’Ateneo di Urbino e in parte di altre Università, che hanno collaborato nei vari cantieri. Significativo inoltre si è rivelato l’intervento del personale del Dipartimento di Antichità di Cirene e la disponibilità dei Direttori che si sono succeduti nella carica, da Breiek Attyia, a Abdulamid Abdussaid, a Fadel Alì e ad Abdulgader Mzeni.
Un ringraziamento particolare va al Presidente uscente del Dipartimento di Archeologia della Libia, Alì Al-Khadduri, e all’attuale, Giuma Anag. Desidero anche ricordare il sostegno ricevuto con continuità dai rappresentanti diplomatici e culturali d’Italia a Tripoli e a Bengasi.
La presente mostra rappresenta un nuovo passo nel contesto delle conoscenze acquisite a Cirene, grazie all’attività svolta dalla Missione nell’ultimo decennio, con una molteplice opera di scavo, di restauro e di ricerca in varie aree della città e del territorio, in particolare nel Quartiere monumentale dell’Agorà, dell’Acropoli, del nuovo Santuario extra-urbano di Demetra e nel Santuario Libyo di Slonta. L’esposizione è dovuta al contributo di vari studiosi e spazia su una ampia serie di temi, specie nell’ambito di Cirene in età greca, definita “Atene d’Africa” già dal 1931 da Luigi Pernier per l’ampiezza della realtà archeologica monumentale allora in fase di scoperta.
Si tratta di una sintesi sullo stato attuale dell’indagine storico-archeologica nella città, derivata da recenti scoperte e studi. I contributi presentati sono rappresentativi delle ricerche effettuate sul campo da vari studiosi, che ringrazio per l’apporto scientifico e per il loro pluriennale impegno.
Nella mostra, in definitiva, si è voluto presentare in modo sintetico quanto è stato materialmente fatto ed i risultati scientifici conseguiti nel corso dell’ultimo decennio, in occasione della ricorrenza dei 50 anni di attività della Missione Archeologica Italiana a Cirene e del 500° anniversario della fondazione dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”; al compianto Rettore e all’attuale, Giovanni Bogliolo, va la nostra riconoscenza per l’incoraggiamento e l’aiuto sempre ricevuto.
Molto dobbiamo infine per il sostegno alla attività organizzativa e scientifica ai due decani dell’archeologia in Libia, Nicola Bonacasa e Antonino Di Vita Accademici dei Lincei; quest’ultimo studioso ha anche presentato in mostra un contributo emblematico sul restauro dell’Arco quadrifronte di Settimio Severo a Leptis Magna, di recente terminato dopo un impegnativo intervento, attuato in parte in passato da archeologi dell’Università di Urbino.

Mario Luni
Direttore Missione Archeologica Italiana a Cirene

E’ una felice coincidenza che i cinquant’anni della Missione Archeologica Italiana a Cirene cadano nel cinquecentesimo anniversario della fondazione del nostro Ateneo: da essa le celebrazioni giubilari dei due eventi traggono non solo maggiore risonanza, ma anche una reciproca riverberazione che meglio le qualifica e le valorizza.
Per l’Università di Urbino l’avvio della Missione ricorda l’apertura della Facoltà di Lettere e Filosofia con l’arrivo di un drappello di giovani docenti che, nel giro di pochi anni, avrebbe fondato – nella Filologia Classica, negli Studi storici e filosofici, nella Glottologia, nella Linguistica e nelle altre discipline umanistiche – centri di ricerca di grande avvenire. Era il primo, forte segnale di un progetto di trasformazione che – nel giro dei successivi vent’anni di fervido sviluppo di potenzialità e vocazioni che la guerra e le difficoltà della ripresa avevano impedito e mortificato – avrebbe portato un antico ateneo provinciale a competere da pari con le maggiori università europee.
Tra quei giovani docenti c’era Sandro Stucchi, a cui Carlo Bo ha subito chiesto di coniugare l’esperienza didattica a Urbino con quella scientifica e operativa che, da quello stesso anno, gli era stata affidata a Cirene. Era, per tramite di questa grande figura della ricerca archeologica, la prima uscita dell’Ateneo sulla scena internazionale; era l’apertura verso una metodologia d’insegnamento che, allo studio e alla conoscenza teorica, affiancava un’esperienza sul campo ben altrimenti formativa di quelle, puramente esercitative, che fino a quel momento si erano offerte agli studenti; era, soprattutto, la fondazione di una scuola che, anche dopo che il Maestro si è trasferito a Roma, ha continuato e felicemente continua ad operare nelle aule della nostra Università come a Cirene e in tanti altri teatri di scavo.
Non è dunque soltanto un cinquantennio di ricerche e scoperte cirenee che oggi festeggiamo, né è soltanto l’apporto che Urbino, coi suoi docenti, i suoi tecnici, le generazioni di suoi studenti e ricercatori a questa grande avventura della conoscenza ha dato; e non è neppure soltanto, attraverso l’illustrazione di uno dei più tangibili e suggestivi, un indizio esemplificativo della mole di ricerca e di studio che, in tanti diversi ambiti del sapere umanistico e scientifico, docenti e ricercatori hanno svolto: nella cornice dei cinquecento anni di storia dell’Ateneo urbinate che l’evidenzia e l’esalta, celebriamo il quadro lusinghiero dei suoi ultimi, fervidi, prestigiosi cinquant’anni, la trasformazione e la crescita che ha vissuto, la lunga, esaltante stagione di rinascita che oggi si compendia nel nome di Carlo Bo che ha doverosamente assunto.
E non è una meno felice e benaugurale coincidenza che la rinascita di un’Università fiorita cinque secoli or sono in quella capitale del Rinascimento che per lo splendore degli studi e delle arti era potuta apparire come una novella Atene porti la stessa data del recupero della città che, in un remoto comune passato, è stata chiamata l’Atene d’Africa.

Giovanni Bugliolo
Rettore Università di Urbino

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