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13 giugno 2006

Che pacchia, l’università italiana!

Volete intraprendere una nuova carriera universitaria ma la vostra faccia tonda e larga si apre ineluttabilmente sotto il vertice di una stempiatu

Volete intraprendere una nuova carriera universitaria ma la vostra faccia tonda e larga si apre ineluttabilmente sotto il vertice di una stempiatura ormai in viaggio verso la calvizie totale e, per di più, la carta d’identità rivela cinicamente un’età non più propriamente “verde”? Be’, non scoraggiatevi! Gettate alle ortiche ogni qualsivoglia genere di invidia o sensazione di disagio nei confronti degli studenti più giovani, e fatevi forza! Basta racimolare qualche credito, sparso qua e là nei meandri di una polverosa soffitta abbandonata, e iscriversi in un qualche corso di laurea. Non è importante quale. Scegliete quello che più vi piace, o quello, il cui titolo di studio, più vi fa gola. Non dovrete frequentare un solo minuto di lezione. Basterà infatti che vi presentiate all’esame con un certificato di lavoro, abiti eleganti, un portamento sicuro, e il gioco è fatto: tanti bei sorrisi e, senza lasciar trapelare nemmeno una goccia di sudore, il vostro libretto, uno alla volta, si arricchirà, prima che ve ne possiate accorgere, di tutti gli esami necessari a conseguire la laurea.
Vi sembra assurdo?
Questo, in riferimento ai cosiddetti “studenti a scoppio ritardato”. Senza però parlare delle matricole estere, che negli ultimi tempi hanno preferito un percorso universitario “made in Italy”, piuttosto che all’interno dei loro confini d’origine. Capelli biondo platino, occhi a mandorla o pelle d’ebano, non fa differenza. Sono oltre 45.000 i ragazzi stranieri che nel 2005 si sono iscritti nelle università italiane, quasi 12.000 in più rispetto a due anni fa. Sarà infatti la loro maggiore predisposizione al confronto con culture diverse o l’indiscussa capacità di adattarsi a nuovi contesti, ma la loro presenza nel nostro territorio è cresciuta in maniera significativa e forse anche spropositata, a tal punto che viene del tutto naturale chiedersi: ma è veramente giusto permettere che persone non aventi cittadinanza italiana (e nella maggior parte dei casi neppure europea) conseguano una laurea, spesso a discapito di studenti nostrani?
In entrambi i casi sopra riportati, credetemi, la mia non vuole affatto essere (tantomeno deve essere presa da voi lettori come) una digressione di mera natura discriminante, generazionale o nazionalista che sia. Certo, inutile negarlo, sarà spesso capitato anche a voi, popolosa e triste prole della “riforma Moratti”, di assistere a come persino quello che credevate il più tremendo docente del vostro corso di laurea, d’improvviso, in sede d’esame, a tu per tu con un qualunque studente stagionato o straniero, si trasformi magicamente in una bestiolina così docile da mostrare invece una manifesta ed ingiustificata flessibilità e tolleranza, tale da far addirittura apparire Madre Teresa di Calcutta come una specie di mostro spietato e crudele.
Smantellare questa simile tendenza sembra dunque d’obbligo. Infatti, oltre a salvaguardare tutti quei giovani, me compreso, apparentemente considerati una risorsa inestimabile per il nostro Paese (ma in realtà non sufficientemente tutelati da alcuno degli ultimi governi di Casa Nostra), che, a mani nude, cercano con estrema fatica di districarsi nell’odierna giungla lavorativa, in cerca di uno spazio entro cui erigere il proprio avvenire, significherebbe soprattutto dare una maggiore credibilità al nostro sistema universitario, restituendo così il giusto valore ad una laurea, permettetemi, fin troppo volgarizzata.

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