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27 giugno 2006

La radio e l’industria della coscienza

Non è stato facile, seppur possibile fare la storia di ciò che è stato scritto “nel vento”…
di ciò che è sta

Non è stato facile, seppur possibile fare la storia di ciò che è stato scritto “nel vento”…
di ciò che è stato prodotto per essere ascoltato e osservato distrattamente, nel corso della giornata, durante le occupazioni domestiche, nel tempo libero, nelle ore del riposo e dello svago. E’ stato possibile fare la storia della “cosa” più effimera e labile che esista, diffusa nella spazio dalle onde elettromagnetiche, che prende forma nell’immaterialità del suono e dell’immagine, che sparisce giorno dopo giorno, risucchiata dalla voracità insaziabile di milioni di consumatori i quali, continueranno a ricevere altre immagini ed altri suoni che, a loro volta, scompariranno nel nulla.
Eppure il Novecento è il secolo in cui, nel mondo industrializzato, per la prima volta i prodotti delle idee e dell’immaginazione vengono messi a disposizione di tutti, attraverso l’etere ed assumono un ruolo centrale nella vita delle masse. Essi costituiscono una risorsa economicamente rilevante e condizionano il comportamento, il gusto, la mentalità.
Fra i prodotti della cultura popolare, o di massa, concepita e realizzata per il popolo, la radio, ha determinato notevolmente la fisionomia dell’immaginario sociale, in qualità di agente fondamentale attraverso il quale l’esperienza culturale della modernità si è concentrata nella dimensione pervasiva ed invasiva dell’ascolto domestico. Il consumo di beni immateriali è divenuto negli anni così totalizzante da generare una forte egemonia.
La radio, quasi come l’automobile ha cambiato la percezione del tempo e dello spazio, il senso di identità e di velocità. Una “vera potenza” che passa per aria e che si espande a tale ritmo da svalutarne la stessa efficacia.
“ Ho in mente un piano che potrebbe fare della radio uno strumento domestico, come il grammofono o il pianoforte…Sarà tenuta in salotto e si potrà ascoltare musica, conferenze, concerti”. Con queste parole contenute in un memorandum per il Presidente dell’American Marconi Company, Sarnoff aveva per primo immaginato, già nel 1916, di dare corpo a un progetto commerciale che potesse rivolgersi ad un mercato ampio di consumatori. L’invenzione della radio coincide in effetti con l’affermarsi nel mondo occidentale, agli inizi del XX secolo, di un tipo di capitalismo sempre più fondato sulla produzione – in dimensioni inimmaginabili – di beni di uso quotidiano, di beni di consumo durevoli, di servizi.
Con il capitalismo del consumo, quindi, coevo delle grandi trasformazioni metropolitane, sorge un tipo di società che vive su una contraddizione di fondo: da un lato una società di massa che rappresenta la premessa indispensabile dello scenario moderno, dall’altro una moltitudine di individui-consumatori sui quali si fonda il motore della produzione e del profitto. La nascita e lo sviluppo del broadcasting, nelle principali nazioni europee e in America, sta dentro questa contraddizione, e in un certo senso se ne alimenta. L’innovazione tecnologica scaturisce sì dal bisogno di comunicare simultaneamente ad un numero sempre maggiore di utenti la parola ed i prodotti immateriali dell’uomo, ma al tempo stesso l’uso commerciale che si farà di questa innovazione presuppone lo sfondamento delle mura domestiche e l’invasione dell’intimità. Una vera e propria industria della coscienza che fonda le attività produttive sulla trasmissione delle idee e del sapere. La radio rappresenta così le caratteristiche peculiari del moderno progresso tecnologico, frutto di creatività ma anche di organizzazione, di invenzione, ma anche di standardizzazione produttiva, di fantasia, ma anche di spirito imprenditoriale sulla collettività.

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